Essere Serena
Copertina dell'episodio 7: Sai stabilire confini sani nelle relazioni? Autostima, reciprocità e autenticità
EP 736 min

Sai stabilire confini sani nelle relazioni? Autostima, reciprocità e autenticità

con Elisa SimeoniPsicoterapeuta

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DESCRIZIONE

Mettere limiti non è egoismo ma condizione per l'autenticità. Elisa spiega come volersi bene permette di tollerare i bisogni dell'altro e gestire il senso di colpa.

Se metto limiti e penso a ciò che mi fa stare bene, posso sembrare egoista. In realtà, se riesco a volermi bene, riesco a essere più autentica.

CAPITOLI

  1. Mettere limiti non è egoismo

  2. Volersi bene per tollerare l'altro

  3. Gestire il senso di colpa

  4. Relazioni basate sulla reciprocità

Trascrizione dell'episodio

Trascrizione integrale della conversazione, per leggere l'episodio o cercarne i passaggi.

Serena Malaspina: Ciao Elisa, grazie mille per aver accettato l'invito.

Elisa Simeoni: Grazie, grazie a te.

Serena Malaspina: Allora io vorrei iniziare chiedendoti un po' in che modo la maniera in cui vediamo noi stessi influisce sulla qualità delle relazioni che costruiamo poi con le altre persone.

Elisa Simeoni: Influisce tantissimo, perché il nostro rapporto interiore, quindi il rapporto che abbiamo con noi stessi, implica un po' la nostra autostima, la nostra consapevolezza emotiva e la gestione che abbiamo delle nostre emozioni. Se riusciamo a darci un valore, riusciamo a interfacciarci con le nostre emozioni, a comprenderci, è chiaro che poi anche il rapporto con gli altri migliora. Riusciamo ad apprezzare loro e a essere anche più empatici nel momento in cui entriamo in interazione. Diciamo che è un po' lo specchio, no? Il rapporto che abbiamo con noi va un po' di pari passo al rapporto che poi riusciamo a instaurare anche con gli altri; questo un po' come cappello introduttivo, diciamo.

Serena Malaspina: Certo. Ma adesso, questo rapporto in generale con le emozioni che possiamo avere, l'autostima, questi concetti sono molto legati o non sono molto legati anche al concetto di infanzia, cioè al modo in cui siamo stati cresciuti? O è più una cosa legata al presente?

Elisa Simeoni: No, no, allora tutto parte dalla nostra infanzia. È chiaro che le esperienze che noi abbiamo fatto con i nostri genitori in particolare, che gettano un po' le fondamenta di questa grande casa che poi siamo noi, risultano essere quelle principali. Poi, pian piano, andiamo a instaurare anche relazioni altre, con i compagni di scuola, con gli insegnanti, con altre figure significative, via via che cresciamo, però è come se la nostra autostima andasse proprio a inserirsi a partire da questi legami di attaccamento con mamma e papà, da come loro ci parlano, da come ci trattano, da quello che ci veicolano attraverso non solo le parole che utilizzano per rapportarsi a noi, ma anche come riescono a sintonizzarsi poi con i nostri bisogni. Se una mamma o un papà diventano sensibili a quelli che sono i nostri bisogni e le nostre emozioni, è chiaro che ci aiutano anche a capire fin da piccolissimi il valore che noi possiamo avere e anche che tipo di emozioni noi possiamo provare.

Elisa Simeoni: Quindi banalmente, se un bambino cade e la mamma è molto presente, sintonizzata con la caduta del figlio, potrebbe reagire dicendo 'sei caduto, adesso piangi perché ti sei fatto male, provi tristezza, ma non preoccuparti che la mamma c'è e adesso la cosa si risolve'. Questo è un esempio classico di buona gestione emotiva, di spiegazione delle emozioni che il bambino prova, e anche di contenimento, oltre che il fornire una soluzione. Se abbiamo, ad esempio, una mamma che è poco sintonizzata, non si cura delle emozioni del figlio, è chiaro che poi il bambino ha la necessità di mettere in atto tutta una serie di strategie di sopravvivenza che il più delle volte vanno a sconnetterlo da quello che è il proprio mondo emotivo, perché nessuno è lì per lui ed è in grado di essere presente per fargli capire che cos'è che sta succedendo dentro di sé. Quindi questi sono degli esempi classici, ma proprio partendo da delle interazioni quotidiane, già lì è possibile capire come sia fondamentale aiutare il bambino a capire le proprie emozioni e anche il valore che può avere come persona, che poi successivamente andrà a interfacciarsi con gli altri ambiti di vita e poi nella successiva età adulta.

Serena Malaspina: Certo, mi viene in mente un po' anche questo impatto che possono avere le narrative che vengono un po' interiorizzate dal rapporto che abbiamo con i nostri genitori, che sono poi le figure di riferimento fino a un certo punto, ma per tutta la vita, diciamo. Non so, tipo questa idea magari che il piangere sia qualcosa di negativo, e quindi 'non piangere', e quindi il bambino poi interiorizza un po' quest'idea del piangere sbagliato, e magari poi, crescendo, non riesce neanche più a entrare in contatto con questa manifestazione delle proprie emozioni.

Elisa Simeoni: Esatto, perché è come se il genitore, in questo caso, misconoscesse, non riconoscesse il bisogno, la vulnerabilità di quel bambino, e quindi, essendosi sentito rifiutato quel bambino nelle sue emozioni, non può voler bene a quella parte, no? A quell'emozione, a quella parte di sé, tenderà il più delle volte a evitarla, rifiutarla, e quindi a non entrarci in contatto, ma a esserne anche in un qualche modo spaventato. Perché se le emozioni poi non vengono gestite, comprese, accolte, se ne è anche pervasi. E quindi questo produce non pochi problemi a livello poi di connessione personale, emotiva, e anche di connessione con quello che è il mondo emotivo dell'altro. In questo caso abbiamo fatto l'esempio di un'emozione come quella della tristezza, ma potremmo anche fare riferimento ad altre parti più vulnerabili.

Serena Malaspina: Certo. Invece, rispetto al tema sempre delle relazioni, cosa si intende per confini all'interno delle relazioni, e come è possibile fissarli, stabilirli senza poi sentirsi in colpa, e in maniera sana, appunto, senza tagliare o...

Elisa Simeoni: I confini sono semplicemente i limiti che noi mettiamo nell'interfacciarci con gli altri: quello che noi siamo disposti a tollerare, ad accettare, quello che non siamo disposti a subire. Sono molto importanti perché, se noi riusciamo a mettere i nostri confini, che ci consentono di proteggere il nostro benessere, riusciamo anche a stare meglio con noi stessi e poi successivamente con gli altri. Il più delle volte si tende a sperimentare il senso di colpa, comunque la difficoltà a mettere questi limiti, perché il discorso è: 'se metto dei limiti e penso un po' a me stesso, a quello che mi fa stare bene, a quello che voglio realmente fare o non voglio fare, allora posso passare per una persona egoista o che pensa solo a se stessa'. In realtà il discorso è un altro: se io riesco a volermi bene, a riconoscere ciò che per me è importante, ciò che sono disposto o non disposto a fare, riesco a essere anche una persona più autentica e a tollerare anche l'altro nei suoi stessi bisogni. Quindi è come se si instaurasse una reciproca accettazione di quello che effettivamente si è e di quelli che sono effettivamente poi i bisogni reciproci. È anche un po' un atto di autoconservazione, il fatto di riuscire a mettere confini, perché ancora prima di essere degli esseri umani in relazione siamo degli esseri umani per noi stessi, siamo persone con una nostra individualità.

Serena Malaspina: Certo, perché magari certe persone sono abituate a pensare che essere accondiscendenti sempre nei confronti delle altre persone le renda poi effettivamente persone buone, o altro, quando in realtà, così facendo, un po' perdi te stesso, e in realtà la relazione non è che sia basata proprio su dei presupposti troppo positivi, forse, no? Sul lungo periodo.

Elisa Simeoni: Esatto, il rischio è anche quello poi, magari, di accontentare l'altra persona ma non essere poi realmente soddisfatti. Questo provoca, a lungo andare, anche delle ripercussioni negative nel rapporto, perché poi ci sono persone che immagazzinano e immagazzinano e poi sfociano in quelli che possono essere i comportamenti passivo-aggressivi o anche aggressivi: cioè il fatto di continuare ad adeguarsi, ad assoggettarsi ai bisogni dell'altro per il timore di essere se stessi e anche di dire un no, talvolta può portare poi, alla lunga, a soffrire in primis di alcuni disturbi come ansia, tristezza, insoddisfazione, risentimento, ma poi anche ad autosabotare quella che è la relazione, perché poi no, tutto ha un limite. Riuscire invece a mettere limiti sani prima di arrivare a tanto è funzionale. Quindi in realtà non dobbiamo pensare al confine come a qualcosa che vada a danneggiare l'altro, ma come a qualcosa che lo vada anche in un qualche modo a proteggere. Cioè, proteggere anche il tipo di rapporto che si è creato.

Serena Malaspina: Certo. Invece, non so se hai in mente nel tuo lavoro consigli su come stabilire questi confini, questi limiti in modo sano, se hai qualche esempio magari.

Elisa Simeoni: Allora, io quello che noto è che, in primis, la persona deve riuscire a diventare consapevole, nel senso che io non posso mettere dei limiti se non so effettivamente quello di cui io ho bisogno. Le cose importanti per me, che so che mi fanno stare bene, i miei valori: riconoscere quello che è importante per se stessi è il primo passo. Se io non sono consapevole non riesco neanche a comunicare poi con chiarezza, perché tutto parte sempre da se stessi. Quindi il suggerimento è quello di provare a fare un passo indietro e interrogarsi: cosa è importante per me? Cosa voglio realmente fare sulla base del mio stato emotivo? Quali sono le mie priorità? Quindi, prima, spostare il focus su di sé e riconnettersi con quella che è la propria parte interiore. E poi, solo allora, riuscirò a essere in grado di stabilire dei limiti, che poi sono sempre un po' il metro di misura di quanto bene noi ci vogliamo. Come dicono, la messa del limite è il bene che ti vuoi, perché ci sono persone che sono disposte ad accettare tutto tutto tutto pur di stare con un'altra persona, sia in un rapporto di amicizia sia in un rapporto d'amore. Ci sono persone che dicono 'sto bene anche talvolta da sola nelle mie cose, nella mia autonomia, e quindi, se una persona vuole stare con me, deve essere disponibile ad accettare anche questo mio pezzo individuale, il fatto che non ci sono sempre'. E quindi è come se instaurassi, in primo luogo, un patto d'amore con me stesso, e poi, in secondo luogo, sì, con l'altro, che però è un'aggiunta, non diventa il perno di tutto.

Serena Malaspina: Certo. Invece ci possono essere magari volte... cioè, diamo per scontato che la prima fase è il capire quello che è importante per noi, i nostri valori, la nostra personalità, perché altrimenti manca il presupposto per creare poi il rapporto con gli altri. Nel momento in cui io riconosco, ho fatto un'analisi introspettiva e riconosco certi miei valori, certe cose che non voglio più tollerare perché magari non mi fanno bene, e lo comunico, posso avere varie reazioni dall'altra parte. Se ho una reazione, per esempio, negativa, che magari mi fa sentire in colpa, come si gestisce in questo caso? Cioè, nel senso, succede spesso?

Elisa Simeoni: Allora, chiaramente dipende sempre dal tipo di persona con la quale ci rapportiamo. Se abbiamo una persona che è risolta, ha lavorato su se stessa, non ha grossi bisogni di dipendenza affettiva, mira anche lei alla libertà individuale, al reciproco rispetto, è più semplice. Chiaramente, io che comunico i miei bisogni devo essere in grado anche di comunicarli in modo adeguato, in modo da non far sentire l'altro escluso, rifiutato, quanto più spiegare che questa può essere una mia esigenza di questo momento, ed eventualmente magari rilanciare, banalmente: 'vuoi uscire con me stasera? Guarda, ti ringrazio tantissimo, stasera sono un po' stanca, però magari ci possiamo sentire verso fine settimana, quando sono un po' più libera'. Cioè, la comunicazione è molto importante, perché mi consente innanzitutto di pormi in modo corretto di fronte all'altro, facendolo sentire comunque confermato e non disconfermato nella sua proposta, ma poi mi consente anche di farmi capire in quelle che possono essere le mie esigenze, e magari poi, alla fine, anche di proporre un'alternativa. Quindi il mio pezzo lo faccio; chiaramente, dall'altra parte devo vedere cos'è che mi arriva, perché non esiste solo una persona in relazione, ma ne esistono sempre due che formano poi il terzo, che è la relazione. Se una persona, sulla base dell'espressione di un mio bisogno, mi fa sentire in colpa, è chiaro che è un pezzo dell'altro, oppure una persona che ci rimane molto male. Questo dipende anche dal rapporto che c'è, chiaramente: se è un rapporto molto stretto oppure no, dipende da una serie di fattori. Ma sicuramente non dobbiamo dimenticarci che dall'altro lato c'è una persona con un suo bagaglio, una sua storia, un suo modo di interpretare gli eventi, altrettanti bisogni, e non è sempre semplice.

Serena Malaspina: Certo. Nella mia esperienza, diciamo che ho imparato, anche negli anni di terapia, a riconoscere quello che mi fa star bene e quello che non mi fa star bene, e a provare a comunicarlo, diciamo sempre nel modo più positivo possibile, validando anche l'altra persona, però cercando ogni tanto di fissare questi boundary, questi limiti che magari per tempo non avevo mai fissato, perché pensavo che fosse meglio così. E ho avuto in realtà dei risvolti molto diversi in certe relazioni della mia vita, che hanno portato alla chiusura di certe relazioni e invece al rafforzamento di altre. E mi sono resa conto, rispetto a delle relazioni che poi mi sono ritrovata a chiudere, che in certi casi certe relazioni sono basate proprio, non dico sull'annullamento, però sull'approvazione, sul dire sempre di sì, sulla condiscendenza. Nel momento in cui riconosci quali sono i tuoi limiti e li comunichi, e vedi che dall'altra parte non c'è qualcosa di positivo ma magari rabbia, giudizio, altro, io mi sono ritrovata proprio, in questo caso, a doverle chiudere, per me. E non me ne sono pentita, me ne sono accorta dopo, no? Proprio perché evidentemente forse la relazione non era tanto sana quanto pensavo che fosse.

Elisa Simeoni: Forse non era molto reciproca, al 100% matura, mi vien da dire, autentica, perché se poi finisce è perché quella relazione si basava un po' sulla soddisfazione dei bisogni dell'altro, e non su un'accettazione totale di quello che è anche magari il proprio limite, il proprio pezzo. Quindi sì, essere assertivi, comunicare efficacemente, riuscire anche a volersi bene, non sempre provoca reazioni positive nell'altro.

Serena Malaspina: E infatti, proprio rispetto a questo tema, ti chiederei se ci sono, diciamo, dei segnali distintivi che ci aiutano magari a distinguere quelle che possono essere delle relazioni mature, o comunque più positive, da relazioni che invece magari vanno trattate in maniera differente, perché non ci si sente neanche proprio a proprio agio, eccetera.

Elisa Simeoni: Sicuramente sì. Il primo è il rapporto reciproco: la reciprocità all'interno di un rapporto è la base. Quindi, se già iniziamo una relazione e sentiamo aria di sbilanciamento — sono sempre io che mi adeguo, l'altro quando ho bisogno non c'è mai, se io non ci sono in qualche modo non posso contare sul contributo dell'altro — questo è già un po' un allarme che dobbiamo farci suonare in testa, perché significa che sono sempre io a dare o ad adeguarmi, e dall'altra parte non ho un medesimo riscontro. Quindi sicuramente è la reciprocità, che poi si manifesta anche con il supporto: se ho bisogno, l'altra persona ci deve essere, e idem io per l'altro, non solo quando in qualche modo mi è funzionale o è in linea con il mio obiettivo. C'è l'esserci nonostante tutto: il rapporto autentico si basa proprio su questo dare e ricevere. Nelle relazioni disfunzionali troviamo invece spesso una persona che è in posizione up e l'altra che è in posizione down, una persona che magari controlla, domina, decide sulla vita dell'altro, mette limiti, e l'altro che si assoggetta completamente pur di non perdere il legame con questa persona. Pian piano, questa persona che sta in down perde quella che è la sua individualità, diventa davvero dipendente da questa dinamica di potere. E sicuramente questo è il primo campanello d'allarme; poi, andando avanti, ci possono essere anche campanelli d'allarme ancora più forti, come ad esempio le svalutazioni, i giudizi, i ricatti emotivi — 'se non fai questo allora succederà quest'altro' — tutto ciò che richiama la dinamica di potere e non di parità è assolutamente disfunzionale.

Serena Malaspina: Certo, e in questo caso mi viene in mente che, almeno parlando con amicizie, anche con persone che conosco, molte volte questo tipo di atteggiamento succede anche nell'ambito familiare. In questo caso, come si gestisce, rispetto magari a una relazione meno importante, quando è effettivamente una relazione più stretta o familiare, quando ci si rende conto della dinamica?

Elisa Simeoni: È ancora più difficile, perché di fatto le altre persone — amiche, amici, fidanzati, quant'altro — non sono persone con cui ho un legame di sangue, quindi io posso sempre pensare di allontanarmene, di staccarmi da queste persone e mettermi al riparo. Con i familiari è un po' più difficile, perché comunque si è costretti a interfacciarsi quotidianamente, o comunque costantemente, quindi anche lì la messa del limite diventa un po' più ostica, ma è comunque necessaria. Cioè, riuscire a volte anche — poi dipende se comunque si abita sotto lo stesso tetto oppure no — a volte ci sono persone che seguo che, nel momento in cui riescono a svincolarsi dai genitori, quindi anche uscire di casa o fare delle esperienze all'esterno, riescono a mettere questi famosi limiti. Perché fin tanto che si è in una situazione, non ci si rende neanche conto di quello che si subisce: la comfort zone diventa una gabbia, un'abitudine dannosa che non viene neanche problematizzata. Non so se hai presente la metafora della rana bollita: se io mi butto all'interno dell'acqua che bolle a 100 gradi mi ustiono, me ne accorgo e in qualche modo mi viene spontaneo tirarmi fuori; se invece io, piano piano, sto in una pentola che acquisisce sempre più calore, sempre più temperatura, io non me ne accorgo, alla fine sto in un'acqua bollente ma mi ci sono abituato e quindi faccio fatica a saltar fuori da questo contesto. Nel momento in cui invece si riesce, per varie ragioni, a prendere le distanze — vuoi per la vacanza studio, la possibilità anche di farsi un'esperienza fuori, o cambiare casa — ci si accorge di quello che si stava realmente subendo, e quindi lì il limite viene quasi automatico da mettere, perché quando poi si sperimenta un contesto diverso, un contesto che dà tranquillità ed è ricco anche di emozioni buone, di equilibrio, io indietro non ci ritorno più. O dico 'sai che c'è, mamma e papà, va bene, vengo a trovarvi due volte a settimana', quello che è, ma fin tanto che non mi sento leso. Però questo è più semplice se attuo anche una distanza fisica; nel momento in cui sono all'interno della stessa casa è più difficile, perché anche se ti metti in protezione puoi venire comunque sollecitato, no?

Serena Malaspina: Certo. E effettivamente questo, anche lo spostamento spaziale, il fare esperienze nuove, comunque togliersi da quella che è stata la comfort zone, per me è stato cambia-vita. Però mi sono resa conto anche che, inizialmente, in realtà, prima di iniziare il percorso di terapia, in generale un po' di crescita interiore, in realtà un po' me lo portavo comunque dentro, nel senso che cambiavo città, cambiavo luogo, eccetera, da fuori tutto bellissimo, però certe dinamiche, anche reazioni a dinamiche originarie, mi portavano in realtà ad avere sempre dentro determinate paure, fino a quando poi non le ho affrontate. E quindi tante volte succede anche che le persone si spostano, però finché non vanno a lavorare su determinati aspetti se le portano un po' dentro, e lo vedono anche quando tornano, che è tutto uguale, e anche quando sono via, in realtà, lo percepiscono.

Elisa Simeoni: No, no, questo è sicuramente vero, nel senso che la messa in sicurezza — quella di cui sto parlando io — la stabilizzazione, riuscire a ritrovare una centratura, un distanziamento, è comunque il primo step. Nel momento in cui io riesco a fare questo tipo di operazione, poi posso essere anche in grado di andare a risolvere ciò che mi ha creato turbamento, i miei legami interiorizzati, e magari poi stabilire anche un rapporto più adeguato e paritario con i miei genitori. Non è che bisogna fare il taglio emotivo e andare oltre; anzi, come dici tu, i legami poi rimangono interiorizzati, e quindi è importante invece, come secondo step, risolvere quello che turba, ma anche poi operare una riparazione, una sorta di riorganizzazione del legame — sì, è possibile, con un'altra maturità emotiva, un altro tipo di visione, un altro tipo di emotività. Perché spesso e volentieri noi figli abbiamo anche delle aspettative nei confronti dei nostri genitori, che possono essere un po' il genitore che noi abbiamo in testa. E quindi è anche un po' un nostro limite quello di continuare a battere i piedi e dire a mamma e papà 'fammi il genitore così come ho sempre voluto'. Invece, se noi capiamo che anche i nostri genitori sono delle persone con dei limiti, con delle fatiche, con delle possibilità ma anche con delle difficoltà loro per la storia che hanno, riusciamo anche a percepire ciò che ci arriva in modo diverso, in modo un po' meno disturbante, in modo un po' più realistico, un po' più accettante. E anche magari questa intrusione, il controllo magari un po' disfunzionale, la critica, riusciamo a meglio accettarla, perché noi comunque ci siamo, siamo integri, siamo persone, e va bene, no, mio papà non mi apprezza, non è che crollo. Quindi è importante costruirsi questo io individuale, di modo anche da avere un po' più la scorza, un po' più quella struttura che mi consente di non vacillare a ogni dinamica negativa, commento, cosa negativa che mi arriva dall'esterno, genitori, partner o ambito lavorativo che sia.

Serena Malaspina: Certo. Infatti, su questo mi viene in mente anche che, cioè, per me è stato un po' rivoluzionario quando in terapia avevo realizzato quanto effettivamente magari i nostri genitori, o comunque, di base, sono persone in primis: quindi, oltre al ruolo di genitori, sono persone, con la loro storia, con i loro magari traumi, qualsiasi cosa possa essere. E quindi loro, di fatto, così come ogni persona, hanno il proprio modo di vedere il mondo, e tante volte guardano anche noi nel modo in cui, giustamente, loro guardano il mondo. E quindi, magari, che ne so, 'sono critico nei confronti del mondo, sono perfezionista nei confronti del mondo, lo farò anche tendenzialmente anche con mio figlio, mia figlia, e non è una cosa che faccio con te perché voglio distruggerti o comunque farti smettere, avere sempre una critica, no, ma lo faccio perché è il mio modo di vedere il mondo'. Quindi, quando mi sono resa conto che non dipendeva da me effettivamente...

Elisa Simeoni: Esatto, no, anche loro riescono un po' ad amare come sono stati amati, o come credono che sia il modo giusto.

Serena Malaspina: Per me è stata una grande rivoluzione.

Elisa Simeoni: Alla fine, poi, sotto sotto c'è sempre un po' un istinto protettivo. Anche la mamma che dice 'ma no, non andare, cosa vai a fare' può essere indice un po' di un'ansia, di un'ansia protettiva. Poi è chiaro che magari il figlio dice 'cavolo, ma non vengo mai supportato, non vengo mai rinforzato nelle mie scelte', e ci sta, come dire, lì non avrebbe bisogno di quello. Però la mamma, in quel senso, è come se gli stesse dimostrando l'amore, per così dire, così come lei è in grado, così come lei lo conosce.

Serena Malaspina: E rispetto... cioè, secondo te ci sono dei criteri, delle valutazioni da fare per capire se la relazione effettivamente... cioè, dove possiamo cambiare noi e quindi dove possiamo impegnarci a migliorare la relazione, il rapporto, o magari invece distinguere quelle relazioni in cui ci si rende conto in qualche modo che forse non è la cosa giusta da mantenere, non è il rapporto giusto per noi?

Elisa Simeoni: Se siamo in una relazione, sicuramente c'è sempre bisogno dell'impegno di entrambi. Quindi io mi posso chiedere che cosa io sono disposto a fare per quella persona, per quel rapporto. Quindi, innanzitutto, capire io che cosa sono disponibile a fare, ad accettare, ma poi serve anche l'altro. Quindi vedere se insieme si è in grado di poter trovare un compromesso, una negoziazione — non mi piace questo termine, però — un accordo, un impegno, quello della relazione. Sicuramente ci deve essere un intento reciproco, non è giusto che uno lo faccia e l'altro no, siamo sempre sullo stesso discorso della reciprocità. Poi bisogna anche capire quante emozioni negative e positive io sento ancora all'interno di quel rapporto lì, perché se mi faccio un bilancio e vedo che nell'ultimo periodo sono state più le occasioni in cui sono stata male, ho sperimentato ansia, insoddisfazione, magari c'è pure una cronicizzazione di questo sentimento negativo, forse diventa tanto difficile poi, no, abbandonare quella roba lì e reinvestire; devo avere un po' di fiammella motivante, di emotività positiva ancora. Quindi sicuramente anche l'aspetto della sfera emotiva è importante da intercettare. E poi, talvolta, se si parla di una coppia, anche la progettualità: cioè, io cosa mi aspetto da questo rapporto? Condividiamo gli stessi valori, il rispetto, la fiducia, l'idea di costruire una famiglia? Cioè, abbiamo questo mindset un po' condiviso di costruire un qualcosa che ci unisce più che ci divide? Perché anche pensare all'ottica futura, alla direzione, questo è un altro passo importante da considerare, magari per un'amicizia diverso, però su un rapporto di coppia il tema della progettualità futura condivisa è importantissimo. Se non ce l'ho, questa progettualità futura condivisa, o la costruisco, oppure diventa una grande fatica. A volte questa progettualità condivisa non può mancare, perché poi, andando avanti, le persone si trasformano, possono avere esigenze diverse, il patto di coppia iniziale sul quale si è fondato il legame può anche saltare a distanza di anni. L'importante è vedere se è possibile rifarne un altro, cioè rinegoziare un modo condiviso di andare avanti.

Serena Malaspina: Certo, certo, certo, è vero.

Elisa Simeoni: Quindi, un po' questo, chiaramente: valori, progettualità condivisa, bilancio emotivo, quanta motivazione posso avere ancora, e anche la disponibilità, talvolta, a perdonare, quanto posso essere in grado di andare avanti e perdonare. Poi, per carità, ci siamo noi professionisti, ci sono anche aiuti esterni di cui è possibile avvalersi, anche per capire questo. Non è sempre facile fare tutto da sé, non c'è una regola univoca.

Serena Malaspina: Assolutamente. E invece, per tutte quelle persone che magari hanno un passato, ma anche un presente, alle volte, di relazioni negative, che comunque le porta un po' a perdere la fiducia nelle relazioni in generale — quindi 'ho sempre avuto relazioni dove mi hanno abbandonato, lasciato, tradito', e quindi da lì si sviluppa un po' una narrativa che porta anche a vedere tutte le relazioni possibili, future, come già negative in partenza... cosa consiglieresti a queste persone?

Elisa Simeoni: È un passetto che è possibile fare in autonomia, è questo: innanzitutto capire cos'è che vado a ripetere io, cioè quali sono i miei modelli, i modelli negativi che io ripropongo all'interno dei rapporti. Quindi un po' qual è il mio copione, perché se mi vado sempre ad agganciare a persone che in un qualche modo mi fanno stare male, mi tradiscono, su cui non posso riporre fiducia, probabilmente anche io ho qualcosa da risolvere. Talvolta trovo persone che instaurano e mantengono queste dinamiche perché temono l'intimità affettiva, il legame autentico, e quindi è come se andassero a riattualizzare ciò che loro già conoscono: cioè, il fatto che io so di non potermi affidare, lo so perché l'ho sperimentato in epoca precedente, quindi se so già come va a finire, in un qualche modo confermo la regola e mantengo la mia convinzione e il mio senso di sicurezza. A volte è più spaventante, invece, mettersi in gioco in modo nuovo. Quindi, sicuramente, prima devo un po' interrogarmi su quello che ci metto io e quali sono i miei modelli che continuo a riproporre nel corso del tempo, che mi portano a non risperimentare fiducia. Sicuramente è una buona considerazione anche questa: non generalizzare, perché se io sono stato tradito diverse volte, o magari non ho potuto affidarmi veramente, non è che allora nel mio futuro non posso trovare persone diverse. Cioè, forse, se già penso di non potermi affidare, anche io vado un po' a riattualizzare quel meccanismo lì della profezia che si autoavvera, perché se io non mi fido, do meno, me ne frego di più, l'altro non c'è per me, mi delude, non mi posso fidare, no. Spezzare un po' il circolo e dire: le persone non sono tutte uguali. A piccoli passi mi pongo piccoli obiettivi, step by step, quotidiani, che mi possano aiutare a ritrovare quella fiducia. Banalmente, anche iscrivendomi a un corso dove io posso trovare persone un po' diverse, accomunate da una mia stessa passione: lì, forse, già solo per il fatto stesso di condividere una stessa passione, già mi aiutano a predispormi verso l'altro, ad aprirmi emotivamente, sia in termini di amicizie in primo luogo, poi magari in termini amorosi in secondo luogo.

Serena Malaspina: Certo, certo, sempre un po' con quest'ottica. Esatto, autoriflessione e poi... no, scusa, mi sa che ogni tanto ci sovrapponiamo, perdonami. Stavi dicendo, giusto?

Elisa Simeoni: Esatto, autoriflessione, e poi, come dire, porsi dei piccoli obiettivi quotidiani che mi aiutino a ritrovare la fiducia nell'altro.

Serena Malaspina: Certo. No, io infatti volevo proprio chiederti tre piccoli suggerimenti che daresti a delle persone che vogliono coltivare relazioni più appaganti — non so se forse hai già risposto un po', perché comunque ci hai già detto qualcosa adesso.

Elisa Simeoni: Sì, quindi: aprirsi al mondo, magari iniziando a sperimentarsi in diversi contesti, non i soliti contesti in cui si era abituati a stare, dove hai anche il rischio di rincontrare le stesse persone che mi hanno delusa, ma provare un po' ad aprirmi al mondo, esplorare, saltare fuori da quella che è la propria comfort zone, andando non tanto a confermare la regola che non mi posso fidare dell'altro, quanto più a disconfermarla: 'ma vediamo se invece c'è qualcun altro che può essere degno di questa fiducia', andando un po' a scardinare quella convinzione di base. Perché più io ci credo, più attiro a me, e non è un caso, cose effettivamente negative: il pensiero muove l'azione, il comportamento, che poi in modo retroattivo mi ritorna.

Serena Malaspina: Sì, è un po' proprio un effetto calamita, se vogliamo, non so come viene definito esattamente, però un po' quest'idea di attrarre quello che tante volte temo e spero di non incontrare, ma poi in realtà, in un modo o nell'altro, ci finisco.

Elisa Simeoni: Sì, in psicologia viene definita la profezia che si autoavvera.

Serena Malaspina: È effettivamente molto vero. Cioè, anche quando cambi la mentalità rispetto alle relazioni, nel momento in cui si cambia il contesto — partendo prima di tutto dal capirsi, perché magari tante volte si fanno propri dei valori, delle idee che magari non sono neanche nostre, e quindi si incontrano persone e luoghi che non sono in realtà nostri, e allora lì non si trovano persone magari giuste — quando invece si inizia ad ascoltarsi e a capire, allora lì è più probabile poi incontrare persone che siano più allineate a noi, con le quali, diciamo, condividere cose, avere rapporti nuovi rispetto a quelli a cui si è abituati.

Elisa Simeoni: Eh sì, così.

Serena Malaspina: Bene, allora io vorrei chiudere con un format di tre domande a cui rispondere con una parola o una frase. Proviamo. Allora, qual è la tua piccola pratica quotidiana che ti aiuta a prenderti cura del tuo benessere mentale?

Elisa Simeoni: Vediamo se ci riusciamo! Allora, ci ho pensato e ti dico: pianificare. Cioè, pianificare i momenti che so che mi fanno stare bene. Quindi non pianifichiamo solo i doveri, le attività, ma pianifichiamo anche i piccoli momenti. Quindi sicuramente è questo.

Serena Malaspina: Molto bello. E qual è una cosa non ovvia ma utile che ti capita di fare quando vuoi sentirti meglio?

Elisa Simeoni: Allora, sicuramente lo sport, su questo proprio non transigo. Lo sport è la cosa che mi aiuta tantissimo a riconnettermi con me stessa, a sentirmi meglio, più energica, a liberare la mente e a focalizzarmi solo sul mio corpo e sulle sensazioni positive. Chiaramente dipende, perché poi dipende dalle emozioni che provo: ci sono volte in cui dico 'non ho bisogno di questa attivazione, di questo sport, ho bisogno invece della mia introspezione', quindi in alternativa io scrivo. Infatti ogni tanto condivido anche riflessioni sulla mia pagina, cose, perché credo che la scrittura sia proprio un modo per incontrare se stessi, anche nel negativo, cioè soprattutto nel negativo, però che allo stesso tempo ti libera, e quindi ti consente di mettere ordine, lasciare andare e poi andare avanti meglio.

Serena Malaspina: Interessante. E l'ultima: quale pensiero, insegnamento, citazione ti ha ispirato maggiormente nel tuo percorso?

Elisa Simeoni: C'è una frase che mi sono tatuata, ed è 'stay strong', ovvero 'resisti', no? 'Tieni duro'. E questa credo sia proprio la frase che mi rispecchia di più in assoluto, e che in qualche modo cerco anche di veicolare alle persone che fanno un percorso con me. Cioè, bisogna resistere, no, per riuscire poi a ottenere qualcosa di migliore. Oppure, per citarne altre, 'la mente ti rende ricco, malato, felice, triste' — proprio il potere del crederci. Cioè, se io tengo duro e lotto per saltar fuori anche da certe situazioni, o per raggiungere i miei obiettivi, se ci credo io, sicuramente ce la faccio. Sempre un po' per la legge dell'attrazione, che non è astratta ma effettivamente è concreta, poi, alla fine.

Serena Malaspina: Interessante. Grazie mille Elisa per questa chiacchierata, è stata molto interessante, sono sicura che aiuterà molte persone, quindi grazie, grazie mille.

Elisa Simeoni: Grazie a te!

Serena Malaspina: 📌 summary, keywords ecc

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