
Smettila di non sentirti "abbastanza": Infanzia, senso di sé e autostima
con Lucrezia M. Marino — Psicologa
DESCRIZIONE
Da dove viene la voce che dice 'non sei abbastanza'? Spesso non è nemmeno la nostra. Come eliminare il problema alla radice.
“La vocina che ci dice di non essere mai abbastanza — dovremmo chiederci: abbastanza per cosa? Di chi è questa voce?”
CAPITOLI
Abbastanza per cosa?
Di chi è quella voce?
Standard alti e credenze ereditate
Accettazione non è resa
Eliminare il problema alla radice
Trascrizione dell'episodio
Trascrizione integrale della conversazione, per leggere l'episodio o cercarne i passaggi.
Serena Malaspina: Benvenuti e benvenute in un nuovo episodio di Essere Serena Podcast. Oggi è il piacere di parlare con Lucrezia Maria Marino. Benvenuta, Lucrezia.
Lucrezia M. Marino: Ciao Serena, grazie mille!
Serena Malaspina: Allora, Lucrezia, sei psicologa, psicoterapeuta, sessuologa, divulgatrice sui social con il nome di L'umore Psi, e autrice del libro Mai Abbastanza. Accettarsi, valorizzarsi, amarsi. E proprio attorno a questo tema si svolgerà l'episodio di oggi. Quindi, come prima domanda, ti chiederei da dove nasce quella voce interiore che molti di noi sentono o provano che ci fa sentire appunto di non essere mai abbastanza. È qualcosa che è davvero originato da noi, l'abbiamo ereditata da modelli esterni.
Lucrezia M. Marino: Allora, ti faccio un piccolissimo passo indietro e ti dico da dove è partita anche l'idea del libro. E quindi ho dato modo a questa voce che diceva a me di non essere mai abbastanza di esprimersi e di dirmi alcune cose, quindi di dirmi da dove arrivava, di dirmi perché stavo ancora lì e mi ha permesso di focalizzarmi su questo aspetto che so essere molto molto condiviso soprattutto perché io diciamo come target ho i giovani adulti in particolare le ragazze credo per una questione di anche di identificazione per cui è un tema che ha coinvolto me personalmente, nel mio percorso di crescita, e poi vedo che, appunto, come ho appena detto, è molto diffuso, soprattutto nei giovani adulti, che è una fase di vita un po' particolare, in cui siamo in bilico, con un piede nel passato e un piede nel futuro, ancora a capire che cosa tenere con noi, che cosa dobbiamo lasciare e come dobbiamo costruire il nostro essere, nostra identità e quello che desideriamo. Quindi tornando alla vocina che ci dice di non essere mai abbastanza, sicuramente ce la portiamo dalla nostra infanzia. È una voce veramente infantile, perché sta un po' lì a dirci non sei abbastanza, ma abbastanza per cosa, è molto generica, non si sa bene che cosa ci vuole veramente dire ed è diciamo una traduzione appunto molto infantile nel senso di non lo dico in maniera dispregiativa infantile, lo dico proprio appartenente all'infanzia cioè è un modo di tradurre una serie di input che sì ci sono venuti dall'esterno e che abbiamo appunto rivolto a noi stessi e alla nostra identità che appunto non è ancora ben strutturata, per cui una sorta di idea negativa su di noi che non si capisce bene che cosa voglia dire, quindi va interrogata. Quindi non arriva dal nulla, ma è una deduzione. Poi però non è detto anzi, ma si mai, che questa deduzione sia corretta.
Serena Malaspina: Certo, ma mi viene in mente perché, insomma, sulla base di quello che un po' stavi dicendo appunto che molte volte quando si sente questa voce succede di giudicarla, diciamo, no? Come se fosse una cosa tipo sbagliata e quindi si crea un po' una sorta di circolo vizioso del tipo non voglio provare, non voglio sentire queste... Cioè non voglio pensare di non essere abbastanza e quindi farò in modo di non provarlo più. Poi succede e quindi non so ti torna come ragionamento.
Lucrezia M. Marino: Sì, perché diciamo che come soluzione cerchiamo di non provare o tentiamo, non so, ma è un tentativo che purtroppo non è efficace, di non provare quello che proviamo, di non pensare quello che pensiamo, ma non si può fare, cioè noi dovremmo trattare i nostri pensieri e le nostre emozioni un po' come dei messaggeri, quindi ci stanno dicendo qualcosa. Ci pongono l'attenzione a qualcosa che effettivamente per noi è importante, quindi piuttosto dovremmo entrarci in dialogo, quindi non tentare di annullarli, perché altrimenti faremo un po' quello che loro vogliono fare, ovviamente non che hanno una vita a sé stante, però un po' l'idea è quella, cioè faremo un po' quel gioco di azzittarci reciprocamente. No, dobbiamo proprio entrarci in dialogo, se abbiamo già tradotto in pensiero quel non sono, non mi sento mai abbastanza, perché un pensiero è una credenza, non è tanto un sentimento, poi c'è legato un sentimento di inferiorità. Dovremmo chiedere, ma abbastanza per cosa? Chi te l'ha detta questa cosa? Dove vuoi arrivare? Hai forse degli standard un po' alti. Chi appartiene questa voce? A volte ci scopriamo che non è neanche la nostra, magari è di una persona familiare. Quindi bisogna entrarci un po' in dialogo.
Serena Malaspina: Certo ed è effettivamente questa realizzazione, diciamo, che magari appunto per alcune persone avviene prima, altre persone avviene dopo, insomma altre persone magari non avviene fino a un certo punto, però nel mio percorso di terapia e crescita, diciamo, interiore con tutto il lavoro insomma che sto facendo, in generale mi sono proprio... cioè quando ho realizzato questa cosa, perché io sono cresciuta pensando che tutta quella che è la critica interiore che magari potevo provare, fosse me di fatto, no? Perché comunque la percepivo, la sentivo io, no? Quando ho iniziato a fare questo cambio, no? Entrandoci un po' in dialogo, come hai fatto, come giustamente dicevi adesso, effettivamente è una nuova prospettiva, perché ci permette di mettere appunto in prospettiva ancora e non identificarci né col pensiero né appunto con quella che è la credenza limitante perché altrimenti... molte volte forse portiamo avanti quella narrativa che poi diventa il nostro modo di definirci forse.
Lucrezia M. Marino: Sì, sì, assolutamente sì. E poi una volta interrogata ci rendiamo conto che appunto viene veramente dal passato. Diciamo che è un pochino difficile trovare persone adulte o giovane adulte che hanno una convinzione di sé, diciamo così, critica, che non abbiano dei riferimenti nella propria infanzia, che giustifica questa sensazione, questa credenza. Non sempre sono riferimenti espliciti, perché si tende un po' a pensare che sia un po' caso effetto, non è sempre così, a volte ci sono state infanzie, diciamo, oggettivamente critiche, oggettivamente traumatiche, altre volte le questioni sono un po' più subdole, magari abbiamo ricevuto messaggi contraddittori. Messaggi che a livello esplicito sono ma tu puoi fare tutto, tu ce la fai, sei fantastica, sei grandiosa, vai, sei addirittura migliore degli altri però non c'è stata magari questa connessione ad un livello più profondo che supportava queste frasi, magari appunto si sono ricevuti messaggi estremamente contraddittori. Poi, non so, un'idea esplicitamente positiva, ma poi una iperprotezione. E allora è difficile ricavarne qualcosa di strutturato, a meno che non si faccia un lavoro su se stessi. Poi c'è chi ha necessità e lo vuole fare in terapia, c'è chi comunque in un modo o nell'altro riesce a trarne le proprie conclusioni e a formare comunque un'identità.
Serena Malaspina: Molto interessante quello che hai detto, diciamo anche, appunto, ci sono delle situazioni che magari oggettivamente sono state le infanzie che sono state oggettivamente difficili o dove sono successe magari le cose che magari è più facile capire da dove provengano certe cose, però effettivamente ci sono anche quelle situazioni dove, non so, penso a quelle persone che sono sempre state abituate a fare le cose molto bene, magari supportate proprio da come sei intelligente, come sei brava, come sei... non so, qualsiasi cosa di positivo apparentemente, quindi qualcuno dice wow, l'autostima è sicuramente molto presente, però in realtà ci sono molte persone che sono cresciute anche con rinforzi positivi, ma magari sono arrivate forse ad identificarsi con i propri traguardi. Quindi nel momento in cui magari devono fare un cambiamento, allora lì salta fuori una dinamica che magari dice devo fare tutto perfettamente altrimenti vuol dire che non valgo.
Lucrezia M. Marino: Certo, o una scarsa tolleranza all'errore, oppure non aver visto che cosa può succedere nel momento in cui si sbaglia. C'è stato magari, come dicevi tu, un rinforzo sempre positivo, ma se sbaglio, se un certo punto le cose si fanno più difficili, che non sono più le tabelline e la grammatica scuola che, diciamo, tendenzialmente sono facili per tutti e tutte, ma ci sono delle sfide ovviamente più grandi nella vita e dei fallimenti tra mille virgolette che poi non sono fallimenti ma che vengono vissuti come tali e che non si sanno proprio come affrontare. Oppure situazioni anche, cioè ci sono veramente tanti, di esempi ce sono tantissimi, oppure situazioni in cui i genitori mandano messaggi completamente diversi. Quindi c'è un papà che esalta in maniera positiva alcuni aspetti, una mamma che invece è molto critica. A chi credo? A tutti e due a volte e quindi si chiama proprio un caos.
Serena Malaspina: Assolutamente, assolutamente. Un altro, diciamo, aspetto che succede, appunto, cioè succede a molte persone, a me è successo parecchi volte, magari uno raggiunge, diciamo, di quelli che possono essere i traguardi, che in un certo momento di vita percepisce come voglio raggiungere questa cosa, no? Mi impegno per raggiungere questa cosa. Magari la raggiungi e in realtà... al posto, cioè è un po' come se proiettarsi quest'idea del, quando raggiungerò questa cosa, cambierà, la situazione sarà super positiva, un po' un pensiero in bianco e nero, no? E in realtà quello che magari succede, almeno, o pensare effettivamente di che la situazione sia non stabile e quindi con l'idea che magari ho raggiunto questa cosa però potrei perderla da un momento all'altro, oppure anche... Cioè questa cosa di non meritarli veramente o non ritrovarsi come una persona che, effettivamente mi merito questa cosa, no? Non lo so.
Lucrezia M. Marino: Sì, sì, assolutamente. Sono tutti aspetti su cui poi ognuno si va ad agganciare rispetto alla propria storia di vita e vanno analizzati, messi un po' in discussione. Cioè bisogna in un certo senso entrare in dialogo con quella voce per poi abbandonarla completamente perché verrà sostituita da una voce più adulta. Infatti la risoluzione del non mi sento mai abbastanza non è rispondere positivamente ma è proprio eliminare il problema alla radice, cioè non mi pongo il problema di essere abbastanza, so di esserlo, non me lo chiedo? so di esserlo e so anche di non esserlo in alcuni contesti ma è semplicemente normale, ho fatto pace, fatti conti con chi sono veramente. Ed è una accettazione, non è una resa e questo vuol dire che è tutto in divenire. Se io mi arrendo è come se dicesse va bene, non c'è nulla da fare, no? Al contrario, accetto quello che è vero oggi per me, ma poi la vita continua e quindi contribuisco attivamente a costruire anche la mia autostima.
Serena Malaspina: Assolutamente. Una cosa che mi era successa era tipo quando uno poi inizia a lavorare un po' su di sé, e diventa magari più attento appunto a certe dinamiche, cose che succedono. E una cosa che io ho notato come insomma una mia tendenza era proprio il pensare, ok, questa è una voce che mi dice che non mi sento abbastanza, eccetera. So che è originata la situazione XY. E entrare un po' in quest'ottica del tipo. Ora che so questa cosa, tendenzialmente non deve mai più succedere, quindi nei momenti in cui magari succede, appunto ancora il giudizio, invece è magari interessante comunque considerare come non è detto che non risucceda mai, però alla fine quello che facciamo in reazione a questa voce, se prima magari ci tiravamo indietro evitavamo addirittura di insomma inseguire quello che magari ci fa star bene per dire tanto non son capace, ora magari diventa ok penso questa cosa però provo a farlo allo stesso. È una cosa che effettivamente succede spesso.
Lucrezia M. Marino: Sì, sì, decisamente ci si mette in gioco perché si impara a tollerare l'errore, cioè nel momento in cui le cose non vanno bene se ne trai qualcosa di positivo, ma veramente, cioè, so che sembra un po' un messaggio retorico, però la vita, lo accetti e basta, accetti i tuoi limiti e magari ti piace pure vedere qual è il tuo limite, cioè non paradossalmente non è limitante vedere i propri limiti, anzi il contrario, permette di eventualmente, se vuoi, di andare oltre.
Serena Malaspina: Assolutamente e magari questo insomma ci sono volte in cui le paure, cioè come si può distinguere o come si distingue generalmente la situazione dove ho paura di fare qualcosa perché ho paura magari appunto dell'errore e non voglio magari fare qualcosa perché anche se è una bella opportunità però magari non è quello che voglio veramente cioè c'è un non so.
Lucrezia M. Marino: Non credo ci sia una formula magica, serve un contatto con se stessi e serve conoscersi, io penso che arrivare a comprendere qual è il nostro desiderio più profondo sia uno degli obiettivi ultimi delle psicoterapie, cioè è difficile partire da questo, ci si arriva. Lo trovo anche un elemento veramente utile per comprendere quando si è ad un momento molto profondo e anche terminale, in un certo senso, della psicoterapia, cioè quando arrivi a dirti so quello che voglio, so quello che desidero e so anche quello che non voglio e quindi agisco di conseguenza, per cui lo distingui dentro di te, cioè senti la differenza come se fosse una percezione di sapore, sai quando una cosa non la fai per paura o non la fai perché non la vuoi e basta nella tua vita.
Serena Malaspina: Assolutamente, magari il pensiero, cioè appunto è più anche una questione di sensazione magari appunto come dicevi no? Quindi entrare in contatto con se stessi per capire quello che si prova al di là di quello che si pensa.
Lucrezia M. Marino: Sì, poi comunque la paura è una di quelle emozioni che genera delle risposte estremamente immediate e estremamente improntate alla sopravvivenza, perché fa parte proprio del nostro cervello primordiale. Per cui anche in base a quello riusciamo a capire se una cosa non la vogliamo fare per paura o perché non è una cosa che vogliamo nella nostra vita. Quando si tratta del secondo caso la decisione è più consapevole e serena, non è una reazione, ma è una decisione.
Serena Malaspina: Assolutamente. È un po' mi sembra che avessi letto anche un po' la differenza fra intuizione appunto e magari reazione, no? Quindi più una rispondo verso tipo reagisco quasi, molto molto interessante. E poi appunto prima appunto hai citato
Lucrezia M. Marino: Esatto. Assolutamente sì, è quella roba là.
Serena Malaspina: diciamo le esperienze infantili e appunto anche l'educazione immagino in generale, i primi anni della vita in particolare, però ci sono situazioni magari dove giovani adulti crescono e magari insomma si iniziano a creare la propria vita, però magari a livello familiare ci sono ancora tante aspettative su di sé, probabilmente si percepiscono. In queste situazioni, appunto non sembra di essere davvero indipendenti sotto un certo aspetto nel scegliere la propria vita, perché appunto magari si vuole rispettare appunto l'aspettativa che sia della società o della famiglia, eccetera, c'è qualche, diciamo, aspetto secondo te da considerare particolarmente in queste situazioni dove proprio c'è una sorta di legame trasparente ancora presente.
Lucrezia M. Marino: Sì, questa è una cosa che veramente riguarda tutti e tutte, da quando noi nasciamo iniziamo un processo di lentissima, perché come animali la nostra specie è molto più lenta rispetto ad altre, una lentissima separazione che deve compersi. Allora, la primissima separazione è fisica. Quindi ci separiamo fisicamente dal grembo materno, ma poi questo dovrà corrispondere molto lentamente, con tantissimi movimenti, ad una separazione psicologica. E questa cosa può essere agevolata o meno. Diciamo che chi ha la fortuna di crescere in un ambiente che agevola questa separazione, ovviamente in maniera molto dolce, in maniera molto affettuosa, con tutte le precauzioni e con tutto quello che richiede questa separazione da un bambino, una bambina che ha bisogno di protezione, quindi immaginiamoci anche il genitore che ha un compito difficilissimo, deve proteggersi e separarsi da te. È una roba veramente difficile, però questo è il compito dei genitori e quindi noi dobbiamo attuarlo, dobbiamo separarci, trovare il nostro modo di diventare persone con la p maiuscola individui a sé stanti questo comporta in termini pratici anche che le aspettative genitoriali che dobbiamo salutare cioè dobbiamo proprio dire basta non ne ho più bisogno ho le mie a un certo punto sono io che dico chi voglio diventare per alcune persone è difficile dirsi questa cosa, ma questo è tanto più difficile quanto è stato non agevolato questo processo di separazione e individuazione, perché altrimenti è normale, è normalissimo e i genitori che hanno agevolato questo processo non si fanno un problema di un figlio che vuole essere chi è, che vuole decidere perché, perché è normale, anzi è auspicabile che questo accada, per cui avere delle aspettative è assolutamente normale, quindi non esistono rapporti in cui non si hanno aspettative sull'altro, figuriamoci un genitore su un figlio, però i figli a un certo punto dicono ok decido io e questo dovrebbe avvenire normalmente. Siamo nel mondo dell'ipotetico, ci sono mille... non lo so, inquantificabili situazioni in cui non avviene così facilmente.
Serena Malaspina: Sì, perché a volte chiaramente dipende appunto da un sacco di fattori, ci sono certe, parlo per esperienza, certe situazioni in cui magari a livello familiare, appunto queste aspettative sono supportate anche nel crescere e nel momento in cui magari una persona non vuole più appunto supportare queste aspettative e diciamo prendere una via indipendente totalmente, può succedere che venga vista dal genitore come tipo una sorta di tradimento, tra virgolette, no?
Lucrezia M. Marino: Sì, necessitamente hai saputo la parola perfetta. Un tradimento. Essere diversi da genitori che hanno delle idee molto rigide è a tutti gli effetti un tradimento, per cui se tradisci verrai investito da un enorme senso di colpa, perché stai facendo una cosa che non è la regola. La regola è l'esatto opposto, la regola rimane uguale a come siamo tutti noi. È un bel problema considerando che, insomma, quello che ci rende persone è la nostra individualità, la nostra indipendenza. Diciamo che sono casi, sono questi casi che poi finiscono in psicoterapia, per fortuna, perché sono le persone che hanno deciso di farne qualcosa di questo senso di colpa, cioè di dire no, aspetta, forse c'è qualcosa che non va, cioè potrei vivere meglio, non so come, però sento che da qualche parte c'è questa possibilità.
Serena Malaspina: Adesso stavo leggendo un libro che si chiama Spezza il cerchio dove parla proprio diciamo del concetto anche un po' di trauma che viene passato da generazione a generazione e comunque del ruolo di quelle persone che i cycle breaker quindi quelle persone che rompono appunto un po' circolo vizioso se vogliamo chiamarlo così e effettivamente è molto interessante perché ci sono momenti in cui magari la persona si vede più come una sorta di pecora nera e la pecora nera tante volte viene vista percepita come qualcosa di sbagliato o comunque diverso, no? Però il passaggio da pecora nera a cycle breaker, se vogliamo, che invece è un ruolo più attivo, cambia effettivamente la prospettiva, e capire che è normale, no? Volere una propria autenticità, una propria indipendenza, al di là del senso di colpa.
Lucrezia M. Marino: Assolutamente sì, assolutamente sì. Infatti le pecore nere sono le mie preferite.
Serena Malaspina: Bellissimo, no, questo è un ottimo reminder perché appunto altrimenti il senso di colpa, magari uno schiaccia direttamente il sento di voler fare questa cosa, però il senso di colpa mi blocca e quindi è giusto che io faccia così, ma in realtà riscopri la propria autenticità e perseguirla è il regalo più, diciamo anche più giusto, forse che possiamo fare oltre che a noi, ma anche ai nostri genitori, no? L'essere noi stessi.
Lucrezia M. Marino: Assolutamente sì. E poi dovremmo utilizzarlo proprio come indicatore, cioè in qualsiasi rapporto. Io mi sento in colpa nel momento in cui scelgo qualcosa che sostanzialmente riguarda me e non l'altra persona. Cioè questo deve essere proprio un campanello d'allarme che mi fa dire no, cioè c'è qualcosa che non va. E quindi devo proprio fare quella cosa lì che mi fa sentire in colpa, perché vuol dire, quel senso di colpa è espressione di un rapporto che ha qualcosa che non va. E mi indica in realtà proprio la strada da percorrere, perché vuol dire che quella roba lì io la devo fare, devo rompere la regola, cioè quella di rimanere fedele, leale alla regola magari familiari o anche dei rapporti in generale, non è per forza della famiglia, quindi campanello d'allarme e senso di colpa.
Serena Malaspina: Assolutamente. E mi viene in mente anche quanto, diciamo, comunque la società nella quale siamo inseriti, nella quale viviamo, diciamo che ci spinge sotto un certo aspetto continuamente a dimostrare il nostro valore, comunque anche tutto il mondo dei social, ma siamo costantemente esposti a performance, a valore, a validazione del successo e di certi, sotto certi standard. Quindi il bisogno di approvazione esterna, che è ben inserito in questo sistema, come possiamo riconoscere quando entriamo in questi meccanismi e riconoscere invece il valore che abbiamo dentro a priori della validazione esterna?
Lucrezia M. Marino: Il problema è che il movimento che facciamo è quello di sostituire l'occhio genitoriale con un occhio esterno ipotetico della società che ci giudica e ci dice qual è la cosa giusta per noi, ma finché non ci mettiamo con noi stessi a dire sì, ok va bene tutto, tu vorresti questo, tu quest'altro, ma io cosa voglio per me? Magari è difficilissimo, non è che una roba che si risolve in poche battute, ci vuole tempo proprio perché c'è un investimento, un carico, a volte anche pesantissimo in termini di sensi di colpa, ma questo è quello che dobbiamo fare, cioè sostituire la validazione esterna con una validazione interna e anche concepire che a volte quando ci daremo validazione interna in base a ciò che è giusto per noi, è possibile anche che quella validazione esterna non ci sarà. Quindi è proprio da abbandonare. Però se non c'è, ma in sostituzione ce n'è una nostra, forte, bella, consistente, che tizio, caio, mamma, papà, la società, chiunque ci dica hai fatto bene, sarà... Non dico irrilevante, ma quasi!
Serena Malaspina: Assolutamente, anche perché se invece la validazione esterna diventa diciamo il mezzo di validazione del nostro valore, anche se noi raggiungiamo quelli che sono i traguardi che pensiamo essere quelli che ci danno valore, in realtà non siamo soddisfatti veramente se non è una cosa che è allineata con noi e quindi anche se raggiungiamo i vali traguardi non stiamo bene dentro.
Lucrezia M. Marino: Assolutamente. È un processo, l'importante è che ci diciamo che non è una cosa che si fa così. Cioè più è stato, diciamo, agevolato, più sarà facile, altrimenti il contrario.
Serena Malaspina: Certo. E prima hai citato appunto le relazioni, hai detto appunto non essere solo la relazione familiare, ma anche all'interno delle relazioni che possono essere d'amore, appunto di amicizia, lavorative. Molte volte appunto sono impattate da queste sensazioni, diciamo. E l'insicurezza e l'autosabotaggio appunto molte volte le ostacolano proprio nel vivere autenticamente, diciamo, quelle che sono appunto le nostre relazioni o essere noi stessi al 100 per cento nelle relazioni appunto e come diciamo possiamo imparare ad accettarci e ad amare appunto senza la paura di essere noi stessi che magari in certi momenti o di dimostrare appunto anche le nostre i nostri confini settare i nostri confini laddove sia necessario appunto come possiamo imparare a farlo appunto oltre il senso di colpa.
Lucrezia M. Marino: Anche qui, formule magiche non esistono. È chiaro che le nostre relazioni da adulti risentono di ciò che abbiamo imparato da bambini, ciò che abbiamo visto, ma non quello che c'è stato detto, perché quello che c'è stato detto è abbastanza irrilevante, è l'esempio che abbiamo ricevuto, quindi quello che abbiamo visto. Quello che abbiamo annusato e quello che consideriamo la normalità. Cui poi da adulti, a meno che ci facciamo un lavoro su, maniera del tutto normale e automatica, riproporremo le stesse modalità, ma semplicemente perché è quello che abbiamo imparato, cioè non puoi fare una cosa dal nulla che non hai visto, non hai imparato. Per cui intanto bisognerebbe rendersi conto di questo. Poi iniziare a decostruire e anche a conoscere modi alternativi. Questo dipende anche dalla nostra predisposizione ad essere un po' curiosi verso come gli altri vivono le relazioni. Tantissime persone hanno per scontato che come è stato per loro sarà come stato per loro da bambini, hanno visto i propri genitori, sarà in futuro, cioè non lo mettono proprio in discussione, e invece si deve discutere proprio il modello ricevuto. E allora lì si fa spazio ad un modo più autentico, altrimenti è semplicemente una fotocopia. Non è detto però che l'originale sia una opera d'arte, ecco.
Serena Malaspina: Assolutamente. E poi anche, cioè molte volte succede, almeno nella mia esperienza, ho notato che certe dinamiche che appunto ho notato, poi ho scoperto appunto facendo lavoro diciamo interiore, però erano diciamo paure che poi io, come se veramente fosse l'unica possibilità, per esempio uno pensa cresci in una famiglia dove magari i genitori si sono separati o ci sono stati tradimenti o cose del genere pensa che l'amore sia uno spazio di tradimento separazione o comunque quello che ha visto no e diventa quasi appunto la norma sotto un certo aspetto in un certo momento quindi magari stai proprio distante alle relazioni fino a quando non ti apri e non ti apre la fiducia anche.
Lucrezia M. Marino: Assolutamente sì, è esattamente così. Sono decisamente di più, ovviamente non ho una statistica ma in mano, ma le persone che ripropongono senza mettere in discussione assolutamente nulla, addirittura quelle stesse modalità che hanno subito e di cui si lamentano. Cioè che hanno creato delle conseguenze negative su di sé. Ma a volte è inconsapevole, è come per esempio essere stati molto criticati e aver ovviamente sentito quanto questo ha avuto un peso e pure essere super critici con tutti. Questa è una cosa molto tipica, cioè che si vede sempre. Se posso fare un esempio ancora più grave sono i cicli della violenza. Tendenzialmente le persone violente sono persone che hanno subito violenza. Purtroppo andato. Per cui ecco bisogna proprio mettersi in dialogo consistente.
Serena Malaspina: E poi diciamo dalla parte se vogliamo non opposta, appunto parliamo di magari non sentirci mai abbastanza da un certo punto di vista dall'altra parte c'è la questione diciamo dell'autostima, di una sana autostima appunto e che è un po' legata anche al concetto di amarsi e validarsi a priori appunto della validazione esterna e quindi essere in contatto un po' con se stessi. Ti chiederei un po' se ci sono dei passi concreti che possiamo o delle piccole azioni che possiamo fare anche ogni giorno o comunque quando riusciamo per costruire un rapporto un po' più sano e gentile con appunto la nostra interiorità con tutti gli alti bassi che possano esserci.
Lucrezia M. Marino: Sì, guarda, c'è un esercizio che si fa in psicoterapia, ovviamente seguito da un terapeuta, ha un apporto diverso perché c'è un momento di introspezione e riflessione, però si può anche un po' imparare a fare in autonomia e c'è quello di distinguere un po' queste voci che arrivano dall'interno. Tendenzialmente c'è una voce molto critica a cui crediamo in maniera automatica. Ecco, iniziamo a pensare che questa voce critica non ha esattamente sempre le ragioni o comunque non dovremmo dimostrargli questa fiducia incondizionata o religiosa addirittura. E dovremmo provare a costruire proprio un'altra parte di noi, un'altra voce che invece ci tratta come noi vorremmo essere trattate. È proprio un esercizio quotidiano. Cioè, se proviamo a immaginarci che noi facciamo una cosa anche fatta male, dobbiamo ammettere che non facciamo sempre le cose bene, ma ci immaginiamo, sia una voce che ci dice, sei una cretina, hai sbagliato, veramente, una cosa terribile, che fai schifo, insomma, tutte cose... Ma sono delle cose carine, non le diremmo a nessuno, ma perché ce le diciamo? Allora, proviamo a sviluppare una voce alternativa, che magari all'inizio ci sembra un po' strana perché ci dice cose che non riconosciamo, questa che è troppo buona. Però invece piano piano si prende sempre un po' di spazio, una voce come una mamma gentile che dice, ma tranquilla non ti preoccupare, la prossima volta andrà a me. Questo.
Serena Malaspina: Assolutamente. E che è un po' forse il concetto anche di reparenting, quindi un po' diventare genitore di se stessi senza aspettarsi che quella voce arrivi dall'esterno.
Lucrezia M. Marino: Esattamente, esattamente. Poi non voglio troppo cavalcare questa retorica del devo fare tutto da sola, cioè io non sono d'accordo con chi dice devi farlo prima tu per poi riuscire a farlo fuori, io credo che sia invece un lavoro assolutamente di squadra, quindi tu lo fai mentre qualcuno ti aiuta. Il senso della psicoterapia, se no non avrebbe, non ci sarebbe un'altra persona che ti aiuta, è questa relazione che ovviamente è una relazione curativa, buona, che ha tutte le caratteristiche che ti fanno sì che tu possa sviluppare poi in autonomia e mettere in pratica più che altro in autonomia quel modo di stare in relazione con te. Quindi è un lavoro che si fa insieme, una cosa non può escludere l'altra. Si impara attraverso qualcuno che ci tratta bene. E in teoria il terapeuta ci tratta bene anche quando ci tratta male, tra virgolette, che ci cazza che abbiamo fatto una cazzata, cioè ci dice questa cosa non va bene. Quello è, sostanzialmente, il genitore che non abbiamo avuto che ci dà una direttiva che ci fa entrare in contatto con
Serena Malaspina: Assolutamente.
Lucrezia M. Marino: la nostra identità che ci fa essere noi stessi, che non ha aspettative se non quella di essere viva, ecco.
Serena Malaspina: Assolutamente. E mi viene in mente anche mentre parlavi tante volte per tante persone, iniziare un percorso terapeutico, comunque un percorso one on one, diventa a volte il primo luogo nel quale ci si sente liberi di essere vulnerabili sotto un certo aspetto, e anche l'importanza, e per me è stato questo, di un po' allargare questo approccio poi anche alle altre relazioni che si hanno, laddove ci si sente ovviamente in un safe place, insomma in un luogo sicuro dove potersi aprire senza giudizio e con supporto. E a volte appunto lo scalino anche da one on one con una persona professionista a relazioni della propria vita, dove magari si è sempre stati abituati un po' a essere la persona che ha sempre le risposte o essere quella che aiuta. Anche lì è una cosa molto, per me è stata molto importante.
Lucrezia M. Marino: Certo, immagino.
Serena Malaspina: aspetto molto interessante. Allora Lucrezia, io chiuderei questa bellissima intervista con un piccolo format di chiusura di tre domande a cui rispondere con una parola o una frase. La prima è qual è la tua piccola pratica quotidiana che ti aiuta a prenderti cura del tuo benessere mentale?
Lucrezia M. Marino: Non aspettare che arrivi la motivazione, ma fare ciò che so essere la cosa giusta per me.
Serena Malaspina: Bellissima. La seconda è qual è una cosa non ovvia ma utile che ti capita di fare quando vuoi sentirti meglio.
Lucrezia M. Marino: Non so se non ovvia, però io vado dalla mia persona preferita, è la persona più importante per me, chiedo una piccola rassicurazione e un abbraccio.
Serena Malaspina: e l'ultima è quale pensiero, insegnamento o citazione ti ha ispirato maggiormente nel tuo percorso?
Lucrezia M. Marino: non puoi chiedere agli altri quello che tu non sei disposto a fare.
Serena Malaspina: l'ottimo insegnamento, ottimo reminder. Lucrezia, io ti ringrazio tantissimo. È stata una chiacchierata, un'intervista veramente interessante che sono sicura che arriverà a molte persone. Quindi grazie mille per aver condiviso il tuo sapere con noi.
Lucrezia M. Marino: Grazie a te, stato un piacere.
Lucrezia M. Marino: 📌 Keywords -summary -takeaways
Lucrezia M. Marino: Keywords
Lucrezia M. Marino: psicologia, autostima, crescita personale, voce interiore, accettazione, relazioni, indipendenza, terapia, benessere mentale, Lucrezia Maria Marino
Lucrezia M. Marino: Summary
Lucrezia M. Marino: In questo episodio del podcast, Serena Malaspina dialoga con Lucrezia Maria Marino, psicologa e psicoterapeuta, esplorando il tema dell'autostima e della voce interiore che ci fa sentire 'non abbastanza'. Lucrezia condivide la sua esperienza e offre spunti su come affrontare e interrogare questa voce critica, sottolineando l'importanza dell'accettazione e della crescita personale. Si discute anche della separazione dalle aspettative familiari e del ruolo della 'pecora nera' nel rompere i cicli familiari. Infine, vengono forniti consigli pratici per costruire una sana autostima e vivere relazioni autentiche.
Lucrezia M. Marino: Takeaways
Lucrezia M. Marino: La voce interiore critica è spesso radicata nell'infanzia.
Lucrezia M. Marino: Interrogare la voce critica è fondamentale per la crescita personale.
Lucrezia M. Marino: Accettarsi significa riconoscere i propri limiti e lavorare su di essi.
Lucrezia M. Marino: La separazione dalle aspettative familiari è un passo importante.
Lucrezia M. Marino: Essere una 'pecora nera' può essere un atto di coraggio.
Lucrezia M. Marino: Il senso di colpa può indicare la necessità di rompere le regole familiari.
Lucrezia M. Marino: La validazione interna è più importante di quella esterna.
Lucrezia M. Marino: Le relazioni da adulti risentono delle esperienze infantili.
Lucrezia M. Marino: Costruire una sana autostima richiede pratica quotidiana.
Lucrezia M. Marino: Il dialogo con se stessi è essenziale per il benessere mentale.
Lucrezia M. Marino: Sound bites
Lucrezia M. Marino: "Non mi sento mai abbastanza."
Lucrezia M. Marino: "La nostra autostima è in divenire."
Lucrezia M. Marino: "La separazione è un processo lento."
Lucrezia M. Marino: Chapters
Lucrezia M. Marino: 00:00 Introduzione e Presentazione di Lucrezia
Lucrezia M. Marino: 02:09 La Voce Interiore e l'Identità
Lucrezia M. Marino: 06:36 Dialogo con la Voce Critica
Lucrezia M. Marino: 12:10 Accettazione e Crescita Personale
Lucrezia M. Marino: 18:22 Separazione e Aspettative Genitoriali
Lucrezia M. Marino: 21:52 Il Tradimento dell'Individualità
Lucrezia M. Marino: 22:57 Ciclo di Trauma e Cycle Breakers
Lucrezia M. Marino: 25:16 Senso di Colpa e Autenticità
Lucrezia M. Marino: 26:35 Validazione Interna vs Esterna
Lucrezia M. Marino: 29:06 Relazioni e Modelli Appresi
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