Essere Serena
Copertina dell'episodio 6: Emozioni: amiche o nemiche? Pregiudizi, scienza ed attaccamento
EP 637 min

Emozioni: amiche o nemiche? Pregiudizi, scienza ed attaccamento

con Giulia AlteraPsicologa

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DESCRIZIONE

Le emozioni non sono irrazionali — c'è molta scienza dietro. Giulia spiega come i pregiudizi sulle emozioni derivano dalla non conoscenza e il legame con gli stili di attaccamento.

Le emozioni vengono considerate irrazionali, ma c'è molta scienza dietro. Il caos che sentiamo nasce dalla non conoscenza.

CAPITOLI

  1. Le emozioni non sono irrazionali

  2. La scienza dietro le emozioni

  3. Pregiudizi e non conoscenza

  4. Emozioni e stili di attaccamento

Trascrizione dell'episodio

Trascrizione integrale della conversazione, per leggere l'episodio o cercarne i passaggi.

Serena Malaspina: Ciao Giulia, grazie per aver accettato l'invito.

Giulia Altera: Ciao, grazie mille per l'invito, che è stato molto gradito.

Serena Malaspina: Allora, tu lavori ogni giorno con le emozioni. Ci puoi spiegare un po' che cosa sono le emozioni e come influenzano la vita di tutti i giorni?

Giulia Altera: Assolutamente, anche perché le emozioni sono bellissime, anche se ci viene insegnato fin da subito, da sempre, che in qualche modo le emozioni non sono così belle, sono un po' da tenere sotto controllo, da moderare. Invece le emozioni sono bellissime e utilissime perché, in realtà, molto semplicemente, le emozioni sono risposte fisiche, risposte fisiologiche a stimoli relazionali, stimoli ambientali. È il modo in cui il nostro corpo, il nostro sistema nervoso ci segnala se qualcosa è buona o non è buona, se ci piace, verso dove vogliamo andare. Sono uno dei modi in cui il nostro corpo, il nostro cervello creano un senso e organizzano la realtà che ci circonda. Quindi sono qualcosa di fondamentale, di importantissimo, e proprio che ci aiuta a sopravvivere nel mondo, perché senza emozioni non sopravviviamo, molto semplicemente.

Serena Malaspina: Hai detto una cosa interessante perché ti sei focalizzata sul fatto che sono positive, no? Cioè, molte volte nella nostra società veniamo abituati proprio un po' a questo controllo, appunto, come dicevi, o tante volte alla soppressione, nei casi più estremi, di queste cose.

Giulia Altera: Esatto, assolutamente. Questo perché accade? Perché in genere quello che spaventa delle emozioni è il suo elemento finale, ovvero la tendenza all'azione. "Emozione" arriva proprio, come etimologia, dal movimento, dal muovere. E infatti l'emozione, sulla base di quello che noi sentiamo, scatena tutta una serie di, una catena di informazioni che viene processata dal nostro corpo e che ci porta a muoverci. E in genere sono proprio le azioni mosse dalle emozioni che spaventano l'essere umano, e quindi da lì nasce il fatto che bisogna controllarle, abbassare il volume, perché a volte le emozioni ci portano a manifestazioni molto forti. E quando non riusciamo a capirla, a volte possono essere un po' spaventose. E quindi sì, ci vengono insegnate.

Serena Malaspina: Quindi è come se ci fossero due fasi, nel senso: una fase dentro al corpo, a livello di reazione rispetto a qualche trigger o stimolo esterno, e poi una parte di reazione successiva?

Giulia Altera: Esatto. In realtà sono cinque porte, cinque elementi che compongono la catena delle emozioni. Hai nominato bene il trigger: ci deve essere uno stimolo, qualcosa che vediamo, percepiamo, che fa sì che il nostro sistema nervoso abbia una risposta limbica, quindi molto semplice, che fondamentalmente è "pericoloso o sicuro". Perché noi dobbiamo sopravvivere, no? Quindi il nostro sistema nervoso ragiona in quei termini, e questo è già il secondo elemento. Dopodiché c'è un'attivazione corporea, perché se lo stimolo è pericoloso, neutrale o piacevole, io devo essere pronto eventualmente a lottare, scappare, congelarmi o godermi quella determinata cosa. Quindi, attivazione corporea, e soltanto allora si attiva il nostro cervello, l'attribuzione di significato. Perché se sento un rumore forte, la prima cosa è lo spavento e sono pronta a scappare; poi rivaluto lo stimolo e a quel punto, sulla base dell'attribuzione di significato, di come lo interpreto, cerco di capire se lo scoppio è provocato da una bomba oppure se è caduto un libro nell'altra stanza. E quindi l'ultimo elemento, la tendenza all'azione, sulla base delle informazioni contenute nelle prime porte: allora deciderò se scappare o se andare di là, raccogliere il libro e metterlo a posto.

Serena Malaspina: Interessante. Tra l'altro mi viene in mente che magari anche i trigger possono essere vissuti in maniera diversa da persone diverse, nel senso che un trigger comunemente visto come positivo magari per qualcuno può essere causa di spavento, no? Cosa ne pensi?

Giulia Altera: Assolutamente, assolutamente, perché un altro degli elementi estremamente importanti delle emozioni è quello, come dicevo prima, di riorganizzazione del mio vissuto e del mio mondo. Quindi, sulla base delle esperienze che io faccio nel corso della vita, anche dovute a scambi emotivi, ad esempio con i genitori, con le figure di attaccamento primarie, gli amici, io costruirò una determinata realtà, costruirò delle lenti che mi servono per leggere me stessa e il resto del mondo, il fuori: quindi come mi interpreto io e come leggo il fuori. E quindi va da sé che, a seconda di queste lenti con cui io mi sono mossa, sono sopravvissuta nel mondo, interpreterò un determinato stimolo in un certo modo. Alcuni stimoli anche neutri — e su questo sono stati fatti tanti studi, ad esempio proprio sull'espressione facciale neutra: se io tengo questa espressione, alcune persone la interpreteranno come neutra, altre la interpreteranno come arrabbiata, come pericolosa. Questo dipende un po' dalle lenti che abbiamo, e così vale per tantissimi altri stimoli. Quindi sì.

Serena Malaspina: Quindi c'è anche una sorta di legame diretto tra proprio le relazioni e le emozioni, giusto?

Giulia Altera: Sì, assolutamente. E infatti poi, come vedremo magari tra un pochino, tutto il modello teorico della terapia focalizzata sulle emozioni, nato dalla dottoressa Sue Johnson — poi ti dirò delle cose — si basa su due grandi pilastri, proprio questo: le relazioni e le emozioni, che si sviluppano, nascono e si muovono all'interno delle relazioni, e vedono le persone concatenate le une alle altre. Siamo animali sociali, viviamo in sistemi sociali, quindi va da sé che se io mi muovo in un certo modo emotivamente, invierò costantemente segnali agli altri, ancora di più alle figure, alle persone a cui tengo, che risponderanno o no a questi segnali. E sulla base di come rispondono, se rispondono, io sentirò delle cose, le vivrò, le esperienzierò in un certo modo e reagirò di conseguenza. E tutte queste danze tra persone contribuiscono a creare la realtà emotiva di ognuno di noi. Quindi sì, emozioni e relazioni assolutamente concatenate.

Serena Malaspina: E, come stavi anticipando, ci puoi approfondire un po' che cos'è l'EFT, cioè la terapia focalizzata sulle emozioni, e raccontarci un po' il tuo percorso che ti ha portato ad avvicinarti a questo tipo di terapia?

Giulia Altera: Allora, prima di tutto, un dato secondo me molto importante da sapere è che oggi la terapia focalizzata sulle emozioni, nella sua modalità di coppia — che è come nasce, come viene sviluppato questo modello teorico — è il modello che ha la validazione scientifica più alta al mondo. Vuol dire che ha tutti gli studi di efficacia che portano l'EFT a raggiungere i gold standard per la ricerca scientifica. Questo vuol dire che il 73% delle terapie all'interno della modalità di lavoro di coppia ha successo, che sono degli studi di validazione molto forti, molto alti, non solo nel qui e ora ma nel follow-up. Vuol dire che a due anni dalla fine della terapia i risultati si mantengono. Quindi è proprio un modello considerato scientificamente solido e forte, e questo secondo me è importante, perché a volte, quando parliamo di un modello che lavora sulle emozioni, proprio per tutti i preconcetti con cui arriviamo, uno dice "ma sì, una roba un po' new age, vado a meditazione" — che anche la meditazione, tra l'altro, ha dei risultati scientifici molto buoni, però ecco, no, è un modello scientifico. Le emozioni fanno parte di tutto ciò che è fisiologico e misurabile, cioè il cambiamento grazie al lavoro con le emozioni è qualcosa di concreto, tangibile, misurabile, e quindi questo è già un buon punto. Poi, come nasce?

Giulia Altera: Nasce da Sue Johnson. Sue Johnson è una psicologa clinica e ricercatrice ed è una delle più grosse innovatrici nel campo della psicoterapia moderna. Ha ricevuto premi, onori, riconoscimenti a livello mondiale, internazionale, è veramente una figura molto importante. E quando lei racconta com'è nata l'EFT, dice che è nata in un pub, perché lei è cresciuta — lei è scozzese, poi si è spostata in Canada per studiare — e dice: "Quando ero bambina i miei genitori avevano un pub e io sono cresciuta in questo pub, osservavo le persone litigare, flirtare, fare amicizia, darsi conforto, essere cattive le une con le altre". E racconta di come sia sempre rimasta molto affascinata da queste danze, da questi movimenti. Poi cresce, studia, va a fare un dottorato in Canada e le insegnavano che le emozioni sono irrazionali, e lei diceva "ma io non sono d'accordo". Allora ha messo su tutto un progetto di ricerca dove ha iniziato a filmare le coppie mentre facevano terapia e a osservarle, quindi un modello che nasce sul campo. Non ha creato un modello per spiegare l'essere umano cercando poi di infilarci l'essere umano dentro, per validare la sua tesi. No, lei ha iniziato a osservare le persone, come si comportavano veramente, anche a migliorare rispetto a patologie importanti come il disturbo post-traumatico da stress, perché nasce principalmente, all'inizio, per il trattamento del disturbo post-traumatico da stress. E crea una mappa di lavoro, un modello teorico che spiega esattamente quali sono i passaggi che noi, come terapeuti, dobbiamo fare e come possiamo utilizzare le emozioni per creare il cambiamento. Quindi nasce in modo un po' diverso, ma estremamente interessante e bello.

Serena Malaspina: Molto interessante, non lo conoscevo, non sapevo le origini, quindi wow. È molto interessante quello che hai detto: che le emozioni tante volte vengono considerate come qualcosa di irrazionale, e invece c'è molta scienza dietro, nello studio. Questo è molto interessante perché porta poi a un'interpretazione che rende più comprensibile il fenomeno, rispetto a immaginarlo come una vague, un'ondata che arriva.

Giulia Altera: Esatto, esatto. Spesso il caos che deriva dalla non comprensione delle emozioni è proprio dovuto alla non conoscenza e a tanti preconcetti. E questo me lo hai chiesto anche: come sono arrivata a questo modello? Io ci sono arrivata perché ero un po' frustrata, diciamo, dal lavorare con i miei pazienti e vedere che capivano, che comprendevano, che avevano veramente un'idea chiara dello sviluppo dei propri sintomi, del proprio percorso — a me piace dire che le persone non sono sceme, dopo un po' lo capiamo perché ci stanno succedendo certe cose — e però non si creava un cambiamento che fosse sufficientemente soddisfacente per loro. Si raggiungeva un cambiamento che viene definito di primo ordine, quindi anche con un miglioramento della sintomatologia, ma poi, quando le persone toccavano dei punti veramente vulnerabili, veramente dolorosi, o molto di solitudine — perché poi la psicoterapia ruota tantissimo intorno all'isolamento emotivo e alla sensazione profonda di solitudine — ecco lì io non sapevo tanto che cosa fare. Perché anche quando noi pensiamo di agire razionalmente, in realtà è una tendenza all'azione emotiva, è un modo di gestire e controllare le emozioni che in qualche modo ci stanno dicendo che quello che ci accade è troppo. E quindi vado nella testa e cerco di tenere il controllo, di capire, di comprendere, ma sto rispondendo a una sensazione di disagio emotivo. E quindi ecco, questa tendenza all'azione poi non aiutava me, non aiutava i miei pazienti, volevo qualcosa di più. E quindi sono arrivata all'EFT, e in realtà sono stata molto fortunata, perché io sono arrivata all'EFT ma non solo: ho avuto la fortuna di conoscere proprio Sue Johnson e di essere presa sotto la sua ala. Perché in realtà io non avevo pensato di fare la docente, la formatrice, la trainer, ed è stata poi lei che mi ha detto "no, tu vai avanti, tu farai così, così, così", quindi mi ha un po' cresciuta lei nel modello.

Giulia Altera: Quindi ci sono arrivata un po' mossa da questo e un po' con la fortuna veramente immensa di avere poi proprio lei che...

Serena Malaspina: Wow, che meraviglia! Mi viene in mente, dicevi l'origine del tuo avvicinamento, anche un po' questa sensazione di non riuscire... I tuoi pazienti sapevano tante volte che cosa gli era successo, riconoscevano i passi. Questo... No, perché a me è successo qualcosa: io mi ricordo che in terapia, inizialmente, ero finita praticamente a intellettualizzare quello che avevo vissuto, senza in realtà viverlo, no? Quindi penso che sia un limite che sento in tanti.

Giulia Altera: Esatto, esatto, infatti manca il secondo pezzo, no? È proprio questo: l'EFT ha poi anche un cambiamento cognitivo, ma funziona al contrario, viene chiamata una terapia bottom-up. Vuol dire che utilizza proprio le esperienze — le chiamiamo esperienze emozionali correttive. Quindi andiamo proprio a lavorare con l'emozione viva, che è una cosa che prima a me spaventava. Cioè, quando vedevo una grande rabbia, un grande dolore, la prima cosa che volevo fare era un po' spostare la persona che avevo davanti, il cliente, perché soffriva, perché volevo che stesse meglio velocemente, perché magari non capivo. Quindi il mio movimento era "spegniamola, questa emozione" — cioè sì, ne parliamo un pochino, la capiamo insieme, ma l'obiettivo era "esci, muoviti avanti". Invece l'EFT è proprio "entra dentro, entra nel caos emotivo", entra in quelle che vengono chiamate da Bowlby, che è il padre della teoria dell'attaccamento — l'altro pilastro dell'EFT — queste emozioni aliene, sconosciute, che le provo e non mi piacciono, non le vorrei proprio provare, ad esempio anche una solitudine esistenziale o una rabbia che tutti mi dicono essere irrazionale: "ti arrabbi troppo, te la prendi troppo, sei troppo emotiva, sei troppo sensibile, ti devi dare una calmata". Quindi sono tutte emozioni che consideriamo spiacevoli, "troppo", che non dovrebbero esserci. Ecco, invece no: entrare lì dentro e scoprirle, sentirle, e usare proprio la spinta, la saggezza che è già dentro ognuna di queste emozioni per creare un cambiamento. E questo per me, anche come terapeuta, è stato meraviglioso, perché in qualche modo il cambiamento avveniva nel qui e ora, davanti a me, in seduta. Mentre con tante altre terapie c'era un po' il "ok, adesso vai a casa e fai questo, fai quello, oppure guarda in settimana che cosa accade e poi ne parliamo". In EFT la terapia è proprio estremamente esperienziale e il cambiamento avviene in seduta, soprattutto tra le coppie. Quindi c'è, per noi terapeuti oltre che per i pazienti ovviamente, ma è molto bello perché il cambiamento avviene lì davanti, cioè tu lo vedi succedere. E questo è enormemente soddisfacente anche come senso di efficacia, no?

Serena Malaspina: Assolutamente. Sì, lo vedi e lo percepisci, insomma, come cambiamento. Questo è interessante perché uno dei problemi — e lo dico da paziente — è proprio questa frustrazione di... io so le cose, le scopro, metto assieme i pezzi, però ancora mi succede, sento queste emozioni, invece di stare meglio effettivamente.

Giulia Altera: Sì, le situazioni, il mondo ci triggera. Fondamentalmente siamo triggerati ogni secondo, anche da questa conversazione, no, fra me e te, perché ci stiamo inviando dei segnali, e le persone che ci stanno guardando sentiranno delle cose. Quindi il problema, se vogliamo chiamarlo problema — comunque la cosa spiacevole — è che a volte alcuni trigger, alcuni segnali ci toccano in quelli che sono dei punti sensibili e iniziamo a provare dolore. E allora lì diventa difficile, è lì che abbiamo proprio bisogno non di evitarlo né di comprenderlo soltanto, ma di entrare, di dare un senso e, piano piano, di espandere la capacità della persona di stare lì e fare qualcosa di diverso, non nel senso di esercizi piuttosto che azioni, no? Cambia proprio la relazione tra la persona e il proprio mondo emotivo, ecco, mettiamola così: come io mi vivo come persona che ha delle emozioni, e determinate emozioni.

Serena Malaspina: Prima hai citato la teoria dell'attaccamento come uno dei pilastri legati a questo tipo di approccio, legato alle emozioni in generale. Ci puoi spiegare un po', per qualcuno che non conosce la teoria dell'attaccamento, in poche parole?

Giulia Altera: Sì, allora, la teoria dell'attaccamento nasce grazie a John Bowlby negli anni '60, grosso modo, e immediatamente viene rifiutata da tutto il mondo psicoterapeutico, psicanalitico, e poi viene invece esaltata nel corso del tempo. Ma di base è una teoria che riguardava principalmente i bambini e le loro mamme, quindi come il bambino sviluppa legami di attaccamento sicuri piuttosto che insicuri: di nuovo, come, sulla base della relazione con la mamma, con il caregiver, il bambino svilupperà un proprio modo di muoversi nel mondo che potrà essere più o meno sicuro sulla base di questa relazione, no? Quindi, famose, le lenti di come il bambino si vede e percepisce il mondo. Sue Johnson trasla questa cosa nel mondo adulto: quindi l'attaccamento non è più solo una cosa che riguarda i bambini, ma riguarda anche gli adulti. In poche parole, che cos'è l'attaccamento? L'attaccamento è la principale strategia di sopravvivenza che noi possediamo, perché è il modo che noi abbiamo per mantenere prossimità e vicinanza con le persone che amiamo. Senza di esse, se pensiamo proprio da un punto di vista evoluzionistico, noi non possiamo vivere. Perché se mi rompo una gamba e sono da sola nella foresta, muoio. Oggi ci sono gli ospedali, ma ho comunque bisogno di un dottore, avrò comunque bisogno di chiamare qualcuno. Quindi abbiamo bisogno degli altri, e l'attaccamento ci tiene in relazione con le persone che amiamo. E va da sé che, se è una strategia di sopravvivenza e se noi abbiamo bisogno dell'altro, le emozioni — che sono il modo in cui organizziamo la nostra realtà — avranno delle attivazioni molto molto forti, molto potenti, nel momento in cui siamo in relazione con le persone che amiamo, che possono essere genitori, figli, fratelli, sorelle, marito, moglie e via discorrendo. E quindi ecco, il modo in cui utilizziamo le emozioni è inserendole nel contesto relazionale: quindi c'è sì la lettura dell'emozione, che va compresa all'interno di una cornice di attaccamento.

Serena Malaspina: Adesso mi veniva in mente, mentre parlavi, del fatto che effettivamente siamo animali sociali e abbiamo bisogno dell'altro per sopravvivere, di quanto questo sia un po' in contraddizione con l'iperindividualismo che molte volte viene dalla società, no? Questa idea di farcela da soli, di non curarsi delle relazioni, al contrario.

Giulia Altera: Assolutamente. Noi non possiamo farcela da soli. Non vuol dire che non possiamo stare da soli per un certo periodo, perché a volte questa cosa viene un po' distorta — "allora cosa vuol dire, che devo sempre essere in coppia?". Ma certo che no, noi possiamo stare bene da single, ci sono persone che, insomma, non vuol dire quello. Ma vuol dire che per essere veramente indipendenti, in modo sano, in modo salutare, noi dobbiamo sviluppare qualche tipo di relazione di attaccamento sicuro. Altrimenti non possiamo davvero essere indipendenti, altrimenti saranno delle reazioni di difesa, di protezione, che ci porteranno a un'iperindividualizzazione che in realtà ci porterà, a un certo punto, a sentirci estremamente soli. E per fare un esempio molto base, no? Se io voglio essere indipendente, vado in un frutteto, voglio prendere la mela dall'albero, mi arrampico su quest'albero e sono da sola: riuscirò a prendere le mele a cui riesco ad arrivare, poi magari ci sono delle mele molto più buone un po' più in là, e lì ho bisogno di qualcuno magari che mi tenga la scala. E se ho una relazione di dipendenza sicura, quindi mi fido della persona che mi sta tenendo la scala, io potrò sporgermi, potrò prendere più mele, potrò esplorare di più l'ambiente, perché so che c'è qualcuno che mi aiuta, che c'è se chiamo — può essere un amico, un genitore, un fratello, non è necessariamente il partner. Se invece io non mi fido dell'altro, non mi arrampicherò sulla scala, mi muoverò in modo guardingo, non mi sporgerò per prendere la mela; quindi apparentemente sarò più indipendente perché non c'è nessuno con me che mi tiene la scala, perché io vado da sola per il frutteto, ma la verità è che sarò indipendente ma molto più limitata nei miei movimenti.

Serena Malaspina: Questo esempio, in generale questo aspetto, è qualcosa che mi tocca profondamente, perché per anni, in realtà, prima di iniziare poi il percorso di terapia nel 2020, ho avuto, diciamo, un'iperindipendenza, nel senso "io ce la faccio da sola, non ho bisogno di nessuno", eccetera, no? E in realtà poi mi sono proprio resa conto, iniziando un percorso e poi una relazione sana, per la prima volta stabile, che in realtà fosse una paura assurda di legarmi a qualcuno, di fatto.

Giulia Altera: Esattamente, spesso c'è questa cosa qua, no? "Ho paura di essere ferita, ho paura di farmi male, ho paura io di fare male, ho paura di non essere brava abbastanza, ho paura che l'altro non ci sarà mai davvero per me", perché magari sulla base delle mie esperienze di vita ho costruito delle lenti dove il mondo non è proprio un bel posto, dove le persone non sono proprio degne di fiducia, no? E ha ragione spesso, perché la vita... cioè, noi siamo animali sociali, ma come specie siamo una specie traumatizzata, nel senso che ci sono tantissimi dolori, ci sono tantissime vite veramente difficili, e quindi per forza che poi svilupperò una sorta di sfiducia. Non è che proprio tutti noi siamo aperti, pronti ad amare, a donarci, perché è spaventoso affidarsi così tanto a qualcun altro, c'è il rischio veramente di farsi male. E quindi, appunto, alle volte una delle reazioni di protezione, di tendenza all'azione dell'emozione di paura, può essere proprio quella di dire "allora io non mi apro, cerco di tenermi sempre un po' staccata, non mi dono, non mi do, non mi fido, non mi affido". Oppure altre volte c'è la risposta contraria, l'idea che "io da sola non ce la faccio" e quindi cercherò di avere sempre qualcuno, sempre qualcuno, ma anche qua non in modo efficace, perché è come se volessi qualcuno che mi tiene la scala, perché so che l'attaccamento è importante, so che ho bisogno dell'altro, ma comunque non mi fido di te. E quindi farò un gradino: "la stai tenendo? Ma la tieni? Ma stai tremando un po' questa scala? Ma non te ne andare, mi raccomando, non te ne andare, stai lì. Ho visto che hai guardato da un'altra parte!". E allora questa, di nuovo, non è una dipendenza efficace, perché non starò esplorando. Quindi, ecco, ci possiamo strutturare in svariati modi, e la terapia focalizzata sulle emozioni entra in questi pattern, in queste danze, e aiuta la persona a sentire cose diverse, a usare anche l'emozione di paura, ad esempio, proprio per riorganizzare diversamente la propria esperienza. Qui ho cercato di farla semplice, spero di...

Serena Malaspina: Appunto, nella tua esperienza, quali sono le credenze errate più comuni che hai trovato, che hai sentito, riguardo alle emozioni?

Giulia Altera: Beh, allora, la prima in assoluto è che non abbiano senso, a volte, cioè che proviamo delle emozioni in modo un po' secondario, un po' così. In realtà prima arriva l'emozione, quindi ok, arriva un'emozione, ma "non devi provare questa cosa, vedi? Questa emozione è sbagliata". È come dire che il tuo cuore, quando fai le scale, batte troppo forte, è sbagliato: è una risposta fisiologica, non può essere altro che giusta, ecco. Poi, alle volte, come un cuore che può essere sofferente, anche la nostra risposta fisiologica può essere sofferente: magari avere un cuore che inizia a battere veloce veloce perché ha una malformazione, una disfunzione. Quindi se io soffro particolarmente, anche le mie risposte emotive possono esserlo, però sono sempre sensate, ecco, ci tengono comunque sempre connessi e sempre nel mondo. Quindi forse questa è una delle credenze, l'insensatezza delle emozioni, l'irrazionalità, ecco, delle emozioni.

Serena Malaspina: Ma... perché mi viene in mente che molte volte — e lo penso anche all'interno della mia relazione, o in generale delle relazioni, delle mie amicizie, delle persone che conosco — molte volte c'è quest'idea, e tante volte anche la verità, che magari la figura femminile, io per esempio, sento di più le emozioni, sono più in contatto forse con loro, no? Mentre magari il mio ragazzo è sempre stato molto razionale. Io ho ammirato tantissimo questa razionalità, come per dire "ah, la vorrei io così, non sento questo dolore ogni tanto", e poi ho scoperto in realtà che tante volte è dato proprio da un distacco da certe emozioni, perché in realtà non è che non le provano, no? Cioè, non è quello.

Giulia Altera: In realtà le provano anche di più. Quello che è stato evidenziato dalla ricerca è che c'è un'alta sensibilità anche quando lavoriamo con — pensiamo, facciamo l'esempio di una coppia etero, ok? Perché poi, per farti la distinzione di genere... l'EFT lavora con l'amore, quindi qualsiasi tipo di coppia, di relazione. Ma pensiamo a una coppia etero, quindi differenza uomo-donna: quello che è stato visto è che ci sono delle differenze culturali di come è stato insegnato agli uomini a non rispondere, o a rispondere più cognitivamente. Ma quello che si va a osservare è che in realtà la risposta cognitiva, essendo così veloce, denota una sensibilità ancora maggiore, come se tutto il tempo stesse monitorando, avesse una soglia di sensibilità alla risposta emotiva della partner ancora più alta. Quindi è una credenza, quella che l'uomo sia più razionale, meno emotivo, e la donna sia più sensibile, più emotiva. Perché nella maggior parte dei casi — poi ci sono differenze, assolutamente — ma nella maggior parte dei casi quello che viene insegnato a noi donne è che siamo più fragili, più sensibili, degli animaletti un po' irrazionali, no? Appunto, come le emozioni, essendo un po' così, possiamo provare queste cose un po' così. L'uomo invece, che è più forte, che deve gestire, fare, allora ha meno emozioni. No, assolutamente: è una differenza culturale, come veniamo cresciuti, come guardiamo i film, le pubblicità, i libri; questo è un messaggio costante e continuo, ed è completamente non scientifico.

Serena Malaspina: Infatti, questo mito, certo, che crea cultura, poi! Molte persone poi ne vedono il contrario, ed è molto importante riconoscerlo come aspetto: distinguere la cultura dalla natura è la chiave.

Giulia Altera: Esatto, esatto. Quello che cambia è come ci relazioniamo alle emozioni, e lo osserviamo nei neonati. I neonati piangono ed esprimono emozioni ugualmente, solo che a un certo punto al maschietto si inizia a dire "se piangi sembri una femminuccia, non piangere, sii forte". Lo troviamo scritto nei libri per bambini: "Oggi mi sono fatto male, sono stato coraggioso perché non ho pianto". Che messaggio è, da dare a un bambino, no? E anche questo lo troviamo nella ricerca scientifica: le mamme, in media, utilizzano molte meno parole per parlare con i maschietti piuttosto che con le femmine. Ed è una cosa automatica, cioè è proprio dentro di noi, non è una cosa pensata.

Serena Malaspina: Oh, che interessante, c'è tanto... esatto.

Giulia Altera: Quindi c'è tanto lavoro. Un'altra ricerca — ti dico ancora questa perché secondo me è interessante, anche se ci sono degli psicologi che ci guardano — vale anche per le coppie in generale. Alle volte si pensa "oddio, mi arriva un uomo che parla poco, che sembra più ritirato, vuol dire che la terapia sarà più difficile". In realtà la ricerca ci mostra che sarà una terapia dove questa persona risponderà ancora meglio e ancora più velocemente. Quindi in realtà noi viviamo in un mondo, a volte, di preconcetti.

Serena Malaspina: Incredibile, incredibile. È interessante perché, appunto, come dicevi, di preconcetti ne abbiamo tantissimi, e anche a volte, andando avanti, si rompono, diciamo, queste idee, queste convinzioni che ci sono state anche inculcate negli anni. Quindi è molto importante seguire e sapere cosa conferma la scienza, le ricerche, e mettere in discussione quello che ci è stato detto. E rispetto a questo, io ti chiederei se hai qualche consiglio che ti senti di dare alle persone per non lasciarsi sopraffare dalle emozioni negative, o comunque gestirle in maniera un pochino più positiva, o anche delle fonti e dei libri che ti senti di consigliare.

Giulia Altera: Assolutamente. Come dicevo, i consigli a volte, anche in terapia, non li usiamo tantissimo, no? Però, se posso provare a tradurre in consiglio uno dei principi dell'EFT, è quello di non vivere le emozioni da soli. E non vuol dire "parlatene" se non siete persone abituate a parlare, non vuol dire sforzatevi di essere diversi da quello che siete, no? Anzi, accogliete assolutamente le persone che siete, con le vostre caratteristiche individuali, ma cercate di non viverle da soli: a volte può anche essere solo uno sguardo, o un amico, in un momento in cui mi sento un po' sopraffatto.

Giulia Altera: A volte mi viene in mente un ricordo di Sue Johnson, in realtà, che racconta e diceva: "Quando ero al pub vedevo sempre Sam, un signore, che veniva a parlare con mio padre, e parlavano del tempo, parlavano di niente, fondamentalmente, ma tutte le volte, a un certo punto della conversazione, la faccia di Sam si intristiva e diceva 'mi manca tanto'", riferendosi alla moglie che era mancata qualche anno prima. E suo papà metteva la mano sulla mano di Sam e gli diceva "lo so, è dura", e Sam diceva "sì, è dura", e poi riprendevano a parlare del tempo, no? Quindi uno scambio anche piccolo, ma è una sorta di "ho questa emozione, non la voglio sentire completamente da solo, da sola".

Giulia Altera: Ecco, il mio consiglio è un po' questo, poi ognuno trovi il suo modo, però non viverle da soli: è il modo più funzionale, più veloce per stare un po' meglio. E come libri, allora, c'è un testo bellissimo di Sue Johnson che si chiama "Stringimi forte", che è qua, di cui io e l'altro mio collega trainer italiano, Andrea Pagani, abbiamo curato l'edizione italiana. È un libro che è un best seller mondiale, ha venduto 20 milioni di copie, ed è un libro per tutti, non è un libro scientifico. È rivolto principalmente alle coppie, tutte le coppie, anche quelle che stanno bene, ma secondo me è veramente un libro per gli esseri umani, anche per i single. Certo, poi si focalizzerà un po' di più sulla relazione, però è veramente molto bello e aiuta anche un po' con tutti quei preconcetti sulla dipendenza, sulle emozioni, sulle relazioni. Quindi ecco, un libro che secondo me va letto.

Serena Malaspina: Interessante, anche perché molte volte — sia in coppia che da single — magari se sei single scopri di più su te stesso proprio leggendo e scoprendo, tramite le relazioni che hai vissuto, come ti hanno impattato, ed è meglio poi di andare in una relazione con...

Giulia Altera: Sì, esatto, esatto. È impossibile pensarci completamente puliti dalle relazioni, non si può. È come togliere un pesce dall'acqua e cercare di capire come funziona: non si può, le relazioni sono la nostra acqua. Quindi...

Serena Malaspina: Allora io vorrei chiudere questa bellissima intervista con un format di tre domande a cui rispondere con una parola o una frase. La prima domanda è: qual è la tua piccola pratica quotidiana che ti aiuta a prenderti cura del tuo benessere mentale?

Giulia Altera: Proviamoci, non sono bravissima in questo, ma ci proviamo. Vado molto sul semplice, in realtà: ne ho forse tre. Una, accarezzo il mio gatto, che è comunque una relazione. Due, ascolto almeno una canzone che mi piace al giorno, mi piace molto la musica. E se sono molto molto stressata, suono il pianoforte. Diciamo che la musica per me è il canale, proprio: musica, emozioni, sono così.

Serena Malaspina: Benissimo. Allora, la seconda domanda: qual è una cosa non ovvia ma utile che ti capita di fare quando vuoi sentirti meglio?

Giulia Altera: Eh, oddio, per me è molto ovvia, però... il contatto con mio marito, il parlare con lui. Alle volte uno dice "ma sei troppo dipendente", però invece no, per me è molto ovvio: se non sto bene mi rivolgo a lui, anche quando sto bene, però diciamo che anche solo la sua voce mi calma. Quindi sì, quello.

Serena Malaspina: Bello. E l'ultima: quale pensiero, insegnamento o citazione ti ha ispirato maggiormente nel tuo percorso?

Giulia Altera: Una citazione molto bella che riporta anche Sue Johnson — ora mi sfugge l'autore, me l'ero scritto ma non riesco a recuperarlo — che è: "La vita è scivolosa, prendi la mia mano".

Serena Malaspina: Bella, bello, che è sempre legato a questo macro-tema del bene. Giulia, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo, per la disponibilità; è molto interessante questa chiacchierata, e il tema delle emozioni e in generale dell'attaccamento è molto importante, quindi spero che arrivi a più persone questo tipo di terapie focalizzate sulle emozioni, soprattutto a non scappare dall'emozione.

Giulia Altera: Esatto, esatto. Grazie mille a te, grazie per tutto il lavoro che fai, perché stai facendo un lavoro molto bello e molto utile, secondo me, di divulgazione di queste tematiche. Quindi complimenti.

Serena Malaspina: Grazie Giulia, buona giornata, grazie.

Giulia Altera: Grazie.

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Giulia Altera: emozioni, terapia, relazioni, attaccamento, benessere, psicologia, EFT

Giulia Altera: Summary

Giulia Altera: In questa conversazione, Giulia Altera esplora il mondo delle emozioni, la loro importanza nella vita quotidiana e il loro ruolo nelle relazioni. Si discute della terapia focalizzata sulle emozioni (EFT), delle origini di questo approccio terapeutico e della teoria dell'attaccamento. Giulia condivide anche consigli pratici su come gestire le emozioni e affrontare le credenze errate comuni riguardo ad esse.

Giulia Altera: Takeaways

Giulia Altera: • Le emozioni sono risposte fisiologiche a stimoli ambientali.

Giulia Altera: • Controllare le emozioni può portare a una soppressione dannosa.

Giulia Altera: • Le relazioni influenzano profondamente le nostre emozioni.

Giulia Altera: • La terapia focalizzata sulle emozioni è scientificamente valida.

Giulia Altera: • Le esperienze emotive sono fondamentali per il cambiamento.

Giulia Altera: • La teoria dell'attaccamento è cruciale per comprendere le relazioni.

Giulia Altera: • L'iperindividualismo può ostacolare il benessere emotivo.

Giulia Altera: • Le emozioni non devono essere vissute da soli.

Giulia Altera: • Le credenze errate sulle emozioni possono limitare la nostra comprensione.

Giulia Altera: • Le relazioni sono essenziali per la nostra sopravvivenza emotiva.

Giulia Altera: Sound bites

Giulia Altera: "Non possiamo farcela da soli."

Giulia Altera: "Le emozioni sono sempre sensate."

Giulia Altera: "Non vivere le emozioni da soli."

Giulia Altera: Chapters

Giulia Altera: 00:00 Introduzione alle Emozioni

Giulia Altera: 02:54 La Fase delle Emozioni

Giulia Altera: 06:00 Relazioni e Emozioni

Giulia Altera: 08:40 Terapia Focalizzata sulle Emozioni

Giulia Altera: 11:47 Origini della Terapia Focalizzata sulle Emozioni

Giulia Altera: 14:47 Il Ruolo delle Emozioni nella Vita Quotidiana

Giulia Altera: 17:40 Teoria dell'Attaccamento

Giulia Altera: 20:22 Iperindividualismo e Relazioni

Giulia Altera: 23:31 Credenze Errate sulle Emozioni

Giulia Altera: 26:36 Consigli per Gestire le Emozioni

Giulia Altera: 29:21 Conclusione e Riflessioni Finali

ARGOMENTI

emozionipregiudiziscienzaattaccamentoconoscenzacomprensionecaos emotivoregolazione

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